Contro le varietà resistenti nelle doc

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L’introduzione delle varietà resistenti nei disciplinari di produzione segnerebbe la condanna a morte dei vini a denominazione di origine, mettendo in pericolo il patrimonio viticolo, con la conseguenza della scomparsa dei vitigni tradizionali e della tipicità dei vini.

L’affermazione è categorica. Non è mia, anche se temo proprio di doverla condividere, e so bene che per questo rischio di esser visto come un nemico del progresso e del suo luminoso futuro. A parlare così è Xavier Planty, il titolare di Château Guiraud a Sauternes. Lo dice in un’intervista alla Revue du Vin de France. Fa ovviamente riferimento alla sua appellation, quella di Sauternes, per la quale c’è chi, nel nome del “pensiero unico, associato alla pressione sociale contro l’uso dei pesticidi” (e anche dei cambiamenti climatici, aggiungo io), chiede che siano ammesse le “nuove” varietà resistenti. E, sia chiaro, Planty non è un difensore della chimica a oltranza, stante che per lui quella che chiama l’agro-biologia “è la sola strada per l’avvenire”. “Non si possono fare grandi vini – dice – senza condurre una forte riflessione sui suoli e sulla loro capacità agronomica. Devono essere vivi per esprimere tutto il loro potenziale. Tuttavia, le pratiche convenzionali li hanno indeboliti considerevolmente, per non dire sterilizzati”. Chiaro, no?

Eppure, questo vigneron bordolese vede come un rischio letale l’introduzione delle varietà resistenti nella denominazione di origine. E io mi permetto di essere con lui, e a chi mi obietterà che sono un vetero conservatore, domando se vorrebbe bere un Barolo che fosse fatto con un’uva diversa dal nebbiolo, per dire. Io no. Io il Barolo lo voglio fatto col nebbiolo e non con un’altra varietà, per quanto possa somigliare al nebbiolo. E parlo di Barolo solo per fare un esempio che sia chiaro a tutti.


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6 comments

  1. Giuliano Rispondi

    Siamo tutti con lui e con te, è per questo che speriamo in San CRISPR quella tecnologia che permetterebbe di bere un Barolo ottenuto con uve nebbiolo, uve ottenute senza bisogno di chimica perché rese immuni alle crittogame introducendo nel nebbiolo le stesse resistenze sviluppate in altre viti così come fatto per la fillossera un secolo fa. Un po’ come con le automobili rese più sicure grazie all’elettronica ed alla sensoristica. Ma la macchina rimane sempre la stessa con le stesse caratteristiche, no?

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Io la penso così, Giuliano.

      1. Giuliano Rispondi

        Grazie Angelo.

  2. Enrico Togni Rispondi

    La tradizione è l’innovazione di 200 anno fa

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Dimentichi un aggettivo, Enrico: la tradizione di oggi è la “buona” innovazione di ieri. A fronte di una “buona” innovazione ce ne sono tante di non buone.

  3. Giampiero Nadali Rispondi

    Applausi!
    L’ho sempre pensato anch’io e sono lieto di condividere le tue stesse perplessità su questa materia.
    Ciao!