Le guide contano, altroché, e ne manca una

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E smettiamola allora di dire che le guide del vino sono morte se poi alle presentazioni c’è una folla che neanche ai concerti rock. Montecatini piena per Slow Wine con gente che invece delle cure dell’acqua va a fare gli assaggi del vino, Leopolda affollata per L’Espresso come non c’era riuscito neppure Renzi nei giorni del suo fulgore, gente assiepata per Vitae dell’Ais e non si spiega con i soli soci, solita parata in stile hollywoodiano per il Gambero Rosso, con centinaia di post in tempo reale sui social. Come si fa a minimizzare? Io non me la sento di minimizzare, perbacco.

Poi, capiamoci, se fai vino e vuoi vendere all’estero, il tre bicchieri del Gambero conta ancora un sacco, almeno come un 90+ di Wine Spectator, altroché, e pazienza se in Italia invece ne teniamo meno conto: fosse per il solo mercato italiano, molti produttori avrebbero già chiuso, ché non c’è spazio a sufficienza per vendere tutto il vino che facciamo. Provate a partecipare a un tender scandinavo o ad un incontro con i buyer americani presentandovi privi di pedigree: rischiate non vi degnino neppure di uno sguardo. Ovvio, non vale sempre e per tutti, ma conta ancora, eccome se conta.

Semmai, in Italia di guide ne abbiamo proprio troppe. Bisogna fare dei distinguo, far selezione. E poi in fondo si somigliano praticamente tutte. Perché tutte sono organizzate per regioni e all’interno delle regioni per schede aziendali. Alla fine, ne compri una e sostanzialmente le hai viste tutte. Ne manca una organizzata interamente ed esclusivamente per territori e per denominazioni di origine. L’aveva fatta Masnaghetti con L’Espresso della prima edizione, ma dopo di lui l’editore scelte di percorrere l’altra strada.

Eppure io resto un seguace della guida Hachette francese, che è organizzata per territori e per denominazioni, non per aziende. Devo a questa guida l’aver scoperto tanti splendidi vini di piccoli vigneron dentro ad aoc “minori” transalpine. Ogni appellation ha il suo spazio, con le schede dedicate ai singoli vini. Se un produttore è in più denominazioni e fa vini buoni in varie appellation avrà più schede, una per ciascuna denominazione. Se c’è un vino che è buono tanto da prendere “solo” due stelle su tre, ma è esemplare dell’appellation di riferimento, ottiene il coup de coeur, che lo segnala come eccellenza di quella denominazione in quella precisa annata. Girando la Francia con la Hachette si possono dunque incontrare bei vini territoriali. In Italia questo manca. Così i vini delle doc minori te li devi andare a cercare col lanternino nelle migliaia di pagine delle guide, nei caratteri microscopici degli indici.

Non va bene. Ci manca una Hachette italiana.


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3 comments

  1. Giampiero Nadali Rispondi

    Sulla necessità di una guida organizzata per territori e denominazioni concordo al mille per mille! La sintesi per regioni è troppo semplicistica e “livellante”, occorre uno strumento moderno che guidi il turista e l’appassionato che, come dici tu, “girando l’Italia…” possa scoprire i migliori vini dei territori anche più piccoli.

  2. Diana Rispondi

    Ne manca anche una che sia sincera senza dover ruffianarsi per una valutazione

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Io credo che chi lavora bene e fa vini di bella personalità un posto sulle guide lo trovi comunque, senza bisogno di “ruffianarsi”. Basta mandare i vini, e ovviamente vini validi, interessanti.