Le dimensioni non contano

police_zenyatta_400

Le dimensioni non contano. Almeno cosi si dice e si spera almeno per una parte della popolazione. Sta di fatto che al di la di cosa può pensare ciascuno, nel piacere non è mai una questione quantitativa quanto piuttosto di equilibrio e qualità. Ora non esagerate con la fantasia, mi sto riferendo alla musica e al nostro amato vino.

Per cultura, siamo portati a pensare che tutto ciò che è voluminoso, intenso, complesso, articolato sia poi necessariamente legato alla qualità. Spesso lo è ma non sempre è così.

Nel finire degli anni Novanta, il mercato proponeva vini muscolari, palestrati e ben conditi da qualche dose di legno di tostatura generosa. Enologia figlia di una critica d’oltreoceano che in qualche modo ha influenzato il modo di intendere il vino italiano. Si veniva dai tempi bui del metanolo e il mondo del vino aveva bisogno di rinnovarsi e spogliare gli abiti del contadino. Abbiamo assistito a quello che scherzosamente mi piace chiamare effetto “aia”, che non è un gran pollaio o una marca di carni ma quel curioso caso in cui i cosiddetti “Supertuscan” avevano il nome che finiva in “aia”, Sassicaia, Ornellaia, Solaia, Lupicaia e via di questo passo.

Un po’ come è accaduto nella musica per un bel periodo di tempo, in realtà un ventennio prima, mi riferisco al periodo “Progressive” figlio di una cultura anglosassone (noi italiani ci sottovalutiamo troppo) che vedeva arrangiamenti baroccheggianti, complessi con pezzi che duravano dai dieci minuti in avanti e album doppi tripli e quadrupli che raccontavano di epopee senza fine e di cavalieri misteriosi.

Sia chiaro, amo moltissimo quel periodo e in Italia abbiamo avuto interpreti memorabili e che ancora oggi sono dei punti di riferimento, gruppi come la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, gli Area, i New Trolls.

Amavo quella musica, la amo ancora ma, vista con un certo distacco, ora che son passati oltre 30 anni, penso a quanto piena fosse, grassa e debordante. Poi è arrivato il Punk ed ha resettato tutto.

Nei vini più o meno è accaduta una cosa simile anche se con un ventennio di ritardo. I vini pieni, grassi e corposi hanno lasciato spazio a vini più delicati, eleganti a volte semplici, meno articolati ma più legati alla cultura e al loro territorio d’origine.

La Valpolicella a mio avviso ha avuto il coraggio di fare un piccolo e importante passo indietro, tornando a produrre quel bel vino fresco e bevibile che è il Valpolicella Classico. Croccante salino e godibilissimo, da berne a quantità e con gioia immensa evidenziando così la grandezza risiedeva nella sua nobile semplicità. Pochi elementi giocati bene.

Quei vini che affettuosamente il nostro direttore Angelo chiama i “Vinini”.

Ora, ascoltatevi attentamente “Don’t stand so close to me” dei Police tratto dall’Album Zenyatta Mondatta 1980. Ascoltatelo bene, basso, chitarra, batteria voce, poche note pochi elementi giocati in maniera magistrale capaci di diventare un monumento della musica di sempre.

Questo vale per molti pezzi dei Police ma anche di altri gruppi.

Tornare a vini fatti di pochi elementi e giocati in maniera magistrale dovrebbe essere la grande scommessa per il futuro del vino italiano. Penso che la strada sia già iniziata e le nuove generazione sanno bene come suonare i propri strumenti.

Stay Rock, Stay Thirsty

Ascoltate

Don’t Stand So Close To Me – Police, Album Zenyatta Mondatta 1980
King of Pain – Police, Album Synchronicity 1992
Il Banchetto – PFM, Album Photos of Ghosts  1973
Performance – PFM Album intero 1982
Diforisma Urbano – Area, Album Maledetti 1976

Degustate

Valpolicella Classico Superiore Saseti 2016 Monte dall’Ora
Valpolicella Classico Stelar 2016 Terre di Pietra


Scrivi un commento