Le contraddizioni dell’Amarone al bivio

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Ho letto con interesse su Dissapore un articolo nel quale Stefania Pompele racconta dei due stili oggi in qualche modo presenti nel mondo amaronista. “Amarone della Valpolicella: nouvelle vague vs muscolari anni ’90” dice il titolo, ed è un’ottima sintesi della contraddizione attuale della terra valpolicellese. Quanto alle due tendenze, Stefania descrive quella “nuova” – ad ora, dico io, largamente minoritaria – come caratterizzata da “maggiore freschezza e minor potenza”, mentre l’altra è quella – e secondo me tuttora maggioritaria – basata “sull’emblema di muscolarità e concentrazione su cui è stato costruito il concetto stesso di tipicità legato all’Amarone”.

Ecco, partendo da questa argomentazione, voglio sottolineare come il nodo stia nel fatto che per molti (o quasi tutti) coloro che hanno conosciuto l’Amarone dagli anni Novanta la radicata convinzione è che la “tipicità” di questo rosso valpolicellese sia connessa con la potenza sopra le righe. Il che rappresenta un pregiudizio fortemente condizionante. Perché il vino bisogna venderlo, e moltissimi tra coloro che acquistano l’Amarone sono tenacemente persuasi che debba essere possente e “dolce” e tannico e muscolare, e dunque così glielo devi dare. Sicché chi si sta impegnando a fare invece un Amarone più orientato alla finezza finisce per faticare sul mercato perché rischia di essere visto come una sorta di “traditore” di una presunta ma immotivata “tipicità”, anziché come il suo più fedele interprete. E la fedeltà sta nel fatto che il “vecchio” Amarone, quand’era ancora “solo” una tipologia del Recioto della Valpolicella (in etichetta si scriveva Recioto della Valpolicella Amarone) era molto più fresco e scattante e perfino “bevibile” di quello degli anni Novanta.

Il mondo amaronista mi pare si stia avvitando attorno a questo grande equivoco. Da un lato, non ci si può certo permettere di fare a meno di quel consolidato mercato di bevitori che vogliono tuttora l’Amarone stile anni Novanta, quello che d’altra parte negli ultima ventina d’anni ha fatto la grande fortuna economica e commerciale delle cantine (e dei viticoltori) della zona. Dall’altro lato, però, la necessità di trovare un futuro attraverso la ricerca e la valorizzazione delle diverse identità territoriali spingerebbe a passare attraverso un “alleggerimento” del “peso” dell’appassimento.

Il fatto è che solo con la sottolineatura della territorialità si può provare a collocare davvero l’Amarone tra i “grandi” vini del mondo. Ma il problema aggiuntivo – ed è un problema non da poco – è che un vino “territoriale” è ben più difficile da produrre che non un vino “muscolare” e molte aziende nate dagli anni Novanta probabilmente non possiedono, ad ora, neppure il know how per fare il cambio di stile e di passo, perché l’Amarone l’hanno sempre prodotto come l’hanno trovato quando si sono buttate sul mercato, ossia concentrato e muscolare. E oltretutto anche i vigneti e gli impianti di cantina sono stati costruiti per fare “quel” tipo di vino.

Per uscire da queste contraddizioni ritengo serva un grande lavoro sul piano culturale, concettuale, mentale, prima ancora che tecnico. Non è per niente facile.


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1 comment

  1. Rino Ferronato Rispondi

    I tradizionalisti sono i veri innovatori. Almeno parlando di Amarone. Un vino senza radici e tradizione non ha valenza perché potrebbe essere prodotto in qualsiasi luogo.
    L’ eleganza e bevibilita sono le qualità più difficili da ottenere in un vino. Specialmente in Valpolicella.