L’Amarone, il bivio e le due macchine

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Torno sul bivio che si è aperto davanti ai produttori di Amarone. Ne ho già parlato commentando le impressioni che ho raccolto all’Anteprima dell’Amarone e ho già espresso i miei dubbi sulle ricadute che lo smarrimento di linguaggio dovuto alla sterzata verso una minore opulenza potrebbe produrre sia sull’Amarone che sul Ripasso. Conseguenze economiche, intendo.

Per quanto riguardo lo stile vinicolo, invece, non ho dubbi che il mondo stia guardando con crescente interesse alla finezza, alla classicità. Ritengo di poter affermare di essere stato tra i primissimi in Italia ad intercettare questa nascente tendenza quando era appena accennata, e non a caso dieci anni fa, nel 2009, lanciai il mio “Elogio del vinino”, ossia il “Manifesto per la piacevolezza dei vini da bere”, in contrapposizione con il concetto di “vinone”. Volevo cercare di farne discutere e in parte credo di esserci riuscito. Però ho dei serissimi dubbi che per la filiera della Valpolicella possano e debbano essere l’Amarone e l’appassimento le leve che consentono di percorrere questa prospettiva.

Neppure può esserlo il Valpolicella, perché non ci sono più i vigneti per farlo, improntati come sono oggi alla produzione di uve da destinare ai vini della muscolarità, e non c’è più neppure il know how, dopo che le nuove generazioni si sono formate alla scuola amaronista.

C’è però in terra valpolicellese un vino che potenzialmente ha tutte le carte in regola per rispondere, volendo, a quella domanda di classicità che sta affiorando nel mondo, ed è il Valpolicella Superiore fatto da uve fresche o al massimo da brevissimo appassimento. Una sorta di bella addormentata, per ora, ma forse questa è la strada.

Insomma, probabilmente, giunta al bivio, la Valpolicella del vino non deve scegliere quale strada imboccare delle due, ma può percorrerle entrambe, semplicemente perché dispone di due macchine in grado entrambe di correre nei rispettivi circuiti: da una parte la ricchezza dei vini dell’appassimento, dall’altra l’eleganza del Superiore.

Occorrerebbe tuttavia una strategia diffusa e condivisa, costruita con metodo e prospettiva. Quella strategia di cui oggi la Valpolicella del vino non mi pare francamente che disponga. Senza una strategia, ciascuno tenterà la propria via, ma in questo modo si smarrisce il linguaggio comune, lo si confonde nella Babele vinicola, e le due strade saranno entrambe accidentate, e le due macchine finiranno entrambe nelle nebbie.

Se esistono questi Valpolicella Superiore che parlano una lingua valpolicellese improntata allo stile della classicità enoica? Certo che esistono, e per chi volesse farsene un’idea ne elenco quattro qui sotto. Che vengono da piccole aziende, da marchi familiari storici, da grossi gruppi vinicoli e da cooperative. Insomma, da tutti i segmenti della filiera.

Valpolicella Superiore Ventale 2016 Santi
A proposito di questo vino ho scritto che il futuro della Valpolicella è già qui. Lo ribadisco. (90/100)

Valpolicella Superiore Maternigo 2015 Tedeschi
Una sicurezza, frutto sontuoso traversato da vene di freschezza ed erbe officinali. (94/100)

Valpolicella Classico Superiore Pruviniano Domini Veneti 2015 Cantina Valpolicella Negrar
Ho già detto che è una delle più belle sorprese avute in Valpolicella negli ultimi anni. (94/100)

Valpolicella Classico Superiore Sanperetto 2012 Roberto Mazzi e Figli
Un vino che rappresenta un punto di riferimento irrinunciabile dell’eleganza valpolicellese. (90/100)


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