La magia del sauvignon sul terroir di Sancerre

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È esagerato definire un bianco di quasi venti anni ancora troppo giovane? Non lo è se si tratta di un vino espressione di un grande terroir e prodotto da un vigneron di grande sensibilità come François Cotat.

Certo si dirà che i vini di Cotat non sono proprio leggeri nelle dosi dei solfiti. Tanto che da giovani sono appunto quasi inavvicinabili. La metamorfosi si opera dopo almeno dieci o quindici anni, e venti per quello che è considerato il suo grand cru, la Grande Côte. Il suolo, lì, è gessoso e calcareo, le pendenze sono notevoli e obbligano a lavorare con l’ausilio di argani, come in Mosella. Il suolo povero richiede una alta maturità delle uve, che in alcuni anni danno vita a vini con un lieve residuo zuccherino. In ogni caso si raccoglie solo molto tardivamente.

Se il vino, La Grande Côte 2000,  appena aperto ha faticato ad emergere, il liquido ha continuato ad evolvere per almeno quattro o cinque giorni, diventando sempre più complesso e senza cedere in ossidazioni, anzi accentuando il carattere minerale tipico dei Sancerre di Cotat. Si è persa anche la vena marcatamente verticale, quasi zen, e si sono amplificate le note terrose et erbacee. Che ricordano il génépy e l’anice. Poi non mancano le note di frutta esotica fresca. Il palato è maturo e vibrante, cristallino, a conferma dell’unicità del terroir di questa zona magica della Loire. E questo in barba a tutti i detrattori dell’idea di terroir. Andatevi ad assaggiare un sauvignon di California o magari anche di casa nostra, e ditemi se ha qualcosa a che vedere con questo.

Una bottiglia che per me incarna tutta la magia di questo vitigno su questo terroir, una delle massime espressioni del sauvignon che esistano. E che si può trovare a prezzi non da svendita ma nemmeno da rapina a mano armata. Insomma lo si può acquistare senza rovinarsi e per un vino di questo calibro è una buona notizia.

Sancerre La Grande Côte 2000 François Cotat
(97/100)

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