La burocrazia del vino non colpisce solo in Italia

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Il problema è il collarino, quella fettuccia di carta che sta sul collo della bottiglia. Château Simone, uno dei migliori produttori del Sud della Francia – adoro i loro vini, soprattutto il personalissimo Rosé -, da un quarto di secolo ci scrive sopra “Grand Cru de Provence”. Ebbene, pare che non potrà più farlo. Leggo infatti sulla Revue du Vin de France che Château Simone deve modificare quel collarino perché l’Inao, che è l’ente nazionale che sovrintende alle denominazioni di origine francesi, “ha contestato la menzione Grand Cru, che è riservata alle zone geografiche riconosciute dall’Istituto, e non è questo il caso”. Non solo. Il Syndicat des vin de Provence “si è opposto da parte propria alla presenza della parola Provence dato che la cantina è nella denominazione di origine Palette”. Insomma, anche di là in Francia la burocrazia del vino colpisce duro, e lo fa con uno dei nomi dell’eccellenza assoluta del vino francese.

Dice la Revue che si è trattato di “una mazzata per la famiglia Rougier che ha contribuito allo sviluppo dei grandi vini della regione”. Capisco.

Qualche tempo fa, in un bell’articolo su Bibenda, Giovanni Ascione spiegava la menzione Grand Cru de Provence usata sul collarino da parte di Château Simone derivante da una vecchia classificazione del 1936, non confermata tuttavia dalla successiva classificazione del 1955, visto che nel frattempo era nata appellation autonoma di Palette (che è del 1948). Evidentemente oggi gli organismi che sovrintendono alle norme sul vino francese hanno un’interpretazione molto restrittiva, e dunque basta il Grand Cru de Provence sulle bottiglie di Château Simone.


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