La Birra Monte Baldo e il sogno di Mattia e Natascia

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Mi piace chi coltiva sogni e si impegna per dar loro concretezza. La Birra Monte Baldo è un sogno che ha preso concretezza. Il sogno è quello di Mattia Maimeri, il birraio. Accanto a lui c’è, nella vita e anche nella gestione, Natascia Lorenzi, che chi bazzica il mondo del vino conosce perché opera presso una celebre cantina valpolicellese.

Un anno fa, agosto del 2017, hanno aperto il loro birrificio a un passo dalla piazza di Caprino Veronese, paesone ai piedi del monte Baldo. Mattia mica però ha fatto il percorso “classico” degli appassionati, che prima si fanno le loro “cotte” in casa e poi cominciano a metter su attività artigiana. Macché, lui prima ha fatto un corso professionale (seicento ore di studio e pratica) e poi è stato a fare esperienza da due differenti birrai. Solo allora, con Natascia, ha rilevato un ex mini market e l’ha trasformato in birrificio.

Sono stato a trovarli. Hanno ambizione e idee chiare e piedi ben piantati per terra. Gli spazi e gli impianti sono in grado di consentire una crescita progressiva dell’attività, ma vogliono fare un passo alla volta. Del resto il loro birrificio e anche le loro birre si rifanno a nomi di montagna, e in montagna si cammina così, senza correre.

Ho assaggiato le loro quattro birre. Mi ha impressionato soprattutto la continuità, l’identità. Insomma, si sente in tutt’e quattro la mano e il pensiero di Mattia.

La prima che ho provato è la Naole, una golden ale. Un solo malto, due luppoli, aromatizzata con la buccia di bergamotto. È stata la prima birra prodotta da Mattia e Natascia. Il nome è quello di una cima del monte Baldo. Agrumata, si offre fresca al sorso. Ha florealità, l’amaro è sottile, perfettamente integrato.

Poi c’è la GG, e le due G stanno per genziana e ginepro, ché sono queste le due essenze che danno equilibrio all’aromaticità (e alla dolcezza) del malto Vienna. È una botanic Vienna, per l’appunto. Balsamica, si avvertono, ma senza eccesso alcuno, fusi tra loro, il carattere del ginepro e l’amaro della genziana. Mi piace molto.

La Telegrafo è intitolata a un’altra cima del monte Baldo. È una ipa, è l’ultima nata della serie. Il colore è ambrato e cristallino. Certo, l’amaro è ben presente, ma ancora una volta Mattia ha cercato più la finezza che la potenza, e dunque ha usato solo luppoli inglesi, rinunciando a quelli più marcati americani.

Altro luogo mitico del Baldo è Tratto Spino, che dà nome alla quarta birra, una brown ale. All’olfatto è elegantissima, con una florealità immediata che man mano s’arricchisce di spezia e tartufo. Al palato, anche qui, non si mira alla rotondità e alla pienezza. “Voglio fare birre che si bevano facilmente”, dice Mattia.

Bene. Il futuro? “Cercare di mantenerci facendo birra”, dicono Mattia e Natascia. Concreti. Come i montanari.

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