La biodinamica non è produttivista

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Chiamasi produttivismo quel particolare “orientamento di politica economica che tende a incrementare la produttività mediante un razionale sfruttamento di nuove tecniche di produzione e di distribuzione”. Questa è la descrizione che trovo sul Vocabolario della Teccani. Credo che il concetto sia abbastanza chiaro.

Ho citato la definizione di produttivismo per introdurre un’affermazione di Thomas Duroux che ho letto in un’intervista che gli ha fatto La Revue du Vin de France.

Duroux è il direttore generale di Château Palmer, a Margaux. Prima di approdare lì era stato direttore tecnico all’Ornellaia e prima ancora aveva collaborato coi Mondavi a un progetto in Languedoc, che aveva trovato feroci opposizioni dai “naturalisti” locali. A Palmer ha introdotto l’approccio biodinamico senza passare dal via, senza cioè la transizione attraverso il biologico. Un salto notevole.

Alla Revue ha detto questo: “La biodinamica è un’altra agricoltura, non produttivista. Ti permette di andare molto oltre il biologico. Inoltre, si può essere produttivisti pur essendo biologici. La biodinamica è un’altra cosa, è un altro modo di comprendere la vigna partendo da una riflessione globale e noi, a Palmer, non ci siamo mai posti la questione del bio”.

C’è parecchio su cui pensare in questo breve estratto della sua intervista. In primo luogo, direi, sul fatto che il biologico è molto spesso inteso né più né meno che come un qualunque altro protocollo produttivo, e dunque anche la grande industria vinicola può fare biologico senza che questo comporti un approccio alla territorialità del fare vino e alla sua qualità intrinseca (non solo organolettica). E così pure rischia di finire la pratica biodinamica, quando anch’essa diventasse puro esercizio tecnico, senza una riflessione sul fatto che si tratti di “un’altra cosa” che, come dice Duroux, richiede “una riflessione globale”, e dunque, aggiungo, una ricerca di equilibrio fra ambiente, vigna, attività umana.

Solo quando la scelta è realmente globale è possibile davvero fare “un’altra agricoltura”. Io dico, anche col bio. Purché non siano solo protocolli, appunto.


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5 comments

  1. Fabio Rispondi

    «Io dico, anche col bio. Purché non siano solo protocolli…»: sottoscrivo.
    Soprattutto perché le pratiche e le implicazioni esoterico-teosofiche collegate con la biodinamica (e che hanno prove di efficacia pari all’omeopatia) cominciano a stufare. Specie se brandite come fede (a-razionale per definizione), rispetto alla quale giudicare chi è degno e chi impuro.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Stiamo vivendo un’epoca di fideismo vinicolo.

      1. Fabio Rispondi

        Già. Soprattutto senza renderci conto di vivere in un contesto ben più ampio: mi riferisco ai Paesi e alle regioni in cui la biodinamica ha preso piede da decenni, il ‘naturale’ è pratica produttiva importante e senza le prosopopee nostrane, anche in realtà ed aziende storiche e consolidate. Ma senza guerre di religione.
        Come se Francia, Germania, Austria non esistessero.
        La cosa che il vino naturale «deve essere difettoso e “puzzone”» è solo italica… Mah.

        1. Angelo Peretti

          Angelo Peretti Rispondi

          In realtà anche in Francia esiste una frangia pur minoritaria del “movimento naturalista” orientata ai “vini puzzoni”, ma si tratta, ripeto, di una minoranza. Moltissimi biodinamici francesi fanno vini di esemplare finezza ed eleganza. Qualcuno di loro neppure dichiara di essere buodinamico. Alla fin fine, a contare davvero dovrebbe essere solo il vino.

  2. Nic Marsél Rispondi

    Non ho elementi per esprimermi in favore della biodinamica, tuttavia l’approccio BIO non presenta grosse differenze rispetto all’approccio convenzionale. Semplificando cambiano i prodotti utilizzati. L’agricoltura biologica intensiva dovrebbe essere un ossimoro e invece è un dato di fatto. Quindi è molto probabile che si possa fare di meglio.
    I vini naturali, secondo l’unico serio censimento pubblicato con Servabo nel 2013, rappresentano circa l’1% della produzione italiana, eppure sono ben più di frequente ai vertici qualitativi (assoluti) secondo gli esperti e le guide di settore. I casi sono due: o i critici si son bevuti tutti il cevello oppure sti vini così schifo non fanno.