La biodinamica e la diversa leggibilità dell’alcol

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“A parità di alcol, si può notare che al palato un vino biodinamico propone una lettura della sua alcolicità totalmente diversa rispetto a quella di un vino convenzionale”. Parola di Olivier Poussier, miglior sommelier del mondo nel 2000. Attenzione, siamo nell’ambito delle percezioni organolettiche, pregasi astenersi tecnicisti, e il palato in questione è di uno che di assaggio del vino ne capisce, perbacco. Però l’annotazione mi pare degna di interesse.

Come si spiegherebbe questa faccenda della diversa percezione alcolica? Secondo Poussier “si spiega per una migliore integrazione dell’alcol, per una migliore acidità, per la bevibilità del vino”, e il vino in questione è “quello che non è costruito sul centro-bocca, sulla grassezza, sulla ricchezza, bensì sulla persistenza e sulla lunghezza”. “Per esperienza – aggiunge in una lunga intervista su un numero monografico della Revue dedicato al “naturale” -, ho avuto modo di notare che la biodinamica permette di fare dei vini che hanno un grande allungo. Un po’ come accade ai legni nell’affinamento. Alcuni addolcisono e altri strutturano. La biodinamica struttura il vino. Mi permetterei persino di aggiungere che rinforza i finali, che dona dei vini con una maggior vibrazione, con un’energia particolare”. Ripeto, siamo nell’ambito delle percezioni organolettiche, non della scienza applicata. Però un pensierino ce lo farei, a queste valutazioni.


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1 comment

  1. Antonio Grimaldi Rispondi

    Finalmente un modo di approcciarsi sl vino biodinamico (quello fatto bene ovviamente!) senza dogmi. E con un’attenzione a cosa significhi nel bicchiere e non mettersi a pontificare sulla filosofia produttiva: non ne posso più di sentire i vari partiti che si formano tutte le volte! E se si ritornase tutti a pensare alle sensazioni che ci dà bere un vino senza farsi troppe domande “intorno” al vino?