Kurni ’98, il tempo che rende giustizia al progetto

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Quella del Kurni è stata davvero un’ascesa folgorante. Eleonora Rossi e Marco Casolanetti hanno creato dal nulla uno dei miti (comunque la si pensi al riguardo) dell’enologia italiana. E in pochissimo, tempo, se pensiamo che il 1998, il vino che ho nel calice, è la seconda uscita.

La ricetta poi non ha nulla di esoterico: viti nuove ad alta densità accanto ad altre vecchissime e quasi centenarie. Vendemmia molto matura, fermentazione e maturazione in legno nuovo. Legno che ad inizio carriera è fin troppo esuberante, e che assieme alla dolcezza del frutto fa credere a molti che il vino abbia un alto residuo zuccherino. Cosa non vera.

Come per tutti i grandi vini, solo il tempo rende giustizia al progetto, e per questo ho voluto stappare una delle mie ultime bottiglie a distanza di vent’anni dalla vendemmia.

Che concentrazione e densità siano alcuni dei tratti distintivi lo si intuisce dal colore ancora denso e profondo. La frutta è sotto spirito, una ciliegiona ricoperta di cioccolato, e poi tanti fiori e una sensazione carnosa. La cosa sorprendente è che tutta questa materia conduca più verso la leggerezza che in direzione opposta. Si respira il caldo dei terreni di Cupra, le erbe aromatiche, la menta e le spezie. È un liquido tutt’altro che spento o rilassato, acidità e tannino non mancano. Una spinta incredibile a raccontarci la forza delle viti di questo luogo a cavallo tra mare e collina. Un esempio che molti hanno cercato e cercano di uguagliare, senza però riuscirci.

Marche Rosso Kurni 1998 Oasi degli Angeli
(94/100)


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