Irouléguy, se non riuscite a pronunciarlo, bevetelo

irouleguy_500

Questo vino bianco ti prende a schiaffoni. Ne bevi un sorso e dici “ma che beverino che è questo bianchetto”, perché ti sembra, di primo acchito, un vino bianco leggero di facile, semplicissima beva. Poi hai il primo choc, ed è quando guardi l’etichetta e non riesci a decifrare il nome del vino e osservi meglio i dettagli e vedi che fa quattordici gradi e mezzo e non te ne eri proprio accorto che potesse avere tutta quella potenza alcolica, e anzi pensavi a molto, molto meno. Il secondo gravissimo imbarazzo lo provi quando, ragionando delle cose appena dette, ti avvedi che in bocca quei fiori e quella frutta bianca che ci hai trovato non ne vogliono proprio sapere di andare via, e anzi sono continuamente ravvivate dalla freschezza e dal sale e continuano a rotolare avanti e indietro come un’onda marina sulla battigia, e sono le stesse ondate raffrescanti che ti avevano nascosto per bene l’alcolicità. Insomma, ti fai certo che da quel primo sorso non avevi capito niente, ma proprio niente, di questo vino, e allora pensi che chi fa un vino del genere dev’essere proprio bravo. Che poi dire bravo non è sufficiente, perché andando a cercare su internet, apprendi che quell’Irouléguy che stai bevendo – la denominazione di origine è francese, si chiama proprio così – lo fa la famiglia di un certo Jean Claude Berrouet, uno che per quarantaquattro anni ha fatto nascere nientemeno che lo Château Petrus e dunque, sì, questa qui è gente che di vino se ne intende come pochi altri al mondo.

Irouléguy è un paesino piccino piccino di trecentotrenta abitanti nel Sud Ovet estremo della Francia, tra i Pirenei e il Golfo di Biscaglia, e l’appellation d’origine contrôlée che ne prende il nome è fatta di poco più di duecento ettari di vigna disseminati lì e nelle località che stanno intorno. Di bottiglie ovviamente se ne fanno pochissime, e fra queste poche c’è l’Irouléguy Herri Mina di Berrouet, dove Herri Minna è un’espressione basca che sta per “nostalgia”, quella che ha spinto quello straordinario enologo francese a far ritorno nel paese natio per produrci vino, e il vino che ho avuto nel calice – e che appena posso ricomprerò, e ne diventerò fedele bevitore nelle prossime annate se solo riuscirò a ricordare dove l’ho comprato – è una nicchia nella nicchia, perché è un Irouléguy bianco e tra le ottocentocinquantamila bottiglie dell’intera denominazione i bianchi rappresentano sì e no il dieci per cento. Prima o poi, capirò anche come si pronuncia Irouléguy.

A proposito, le uve. Gros manseng, petit manseng e courbu.

Irouléguy Herri Mina 2019 Famille Berrouet
(92/100)

In questo articolo

Scrivi un commento