Ippolito 1845, nella storia del Cirò, nel futuro di Cirò

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Là sopra, sui Colli del Mancuso, con quell’aria che tira sempre, e che sia di tramontana o di scirocco poco m’importa, e con la vista che si perde tra il mare làggiù in fondo e tra le vigne e poi, in lontananza, sulla Sila (e tutt’intorno di notte si accendono le lucine dei paesi, mi dicono, e non stento a crederci che sia un presepe), avrei voluto che mi ci lasciassero. Una tettoietta per ripararmi dal sole accecante, una bottiglia del vino fatto con le uve del gaglioppo che vengono da lì, un libro, un po’ di pane e olive, qualche fico che stilla lacrime zuccherose, e il silenzio: sarebbe stata la vacanza perfetta. Me la sono goduta un’ora, quella bellezza, e me ne sono comunque rinfrancato. Quanto riesce a lasciarti a bocc’aperta, la Calabria, quant’è ancora da scoprire.

Paolo Ippolito mi ha detto che là, sui Colli del Mancuso, l’idea è di farci dei percorsi per il trekking, fra gli ulivi plurisecolari e i vigneti e il bosco selvaggio (e la pineta, che è un vero peccato che il fuoco bastardo se ne sia portata via un pezzo), e metteranno a posto qualche casupola rurale per l’accoglienza. Viene dal marketing, Paolo, e sa che l’ambiente è un valore, e lo è la biodiversità e lo è l’appartenenza al territorio.

Più giù, giusto a poche centinaia di metri in linea d’aria dal mare, alla Difesa Bassa, poco lontano dallo stabilimento Montedison in smobilitazione della Sali Italiani, il cugino Gianluca Ippolito ha avuto l’intuizione di piantarci vigne di pecorello. Lui viene dal mondo economico. Si era messo in testa di trovare un vitigno che si potesse gestire su quelle terre salse. Ha testato il pecorello, preso da altri contesti calabri, e ha visto che lì “aveva un senso”, e ha vinto.

Se Paolo e Gianluca sono grandi parlatori, Vincenzo Ippolito, cugino del primo, fratello del secondo, è persona che ascolta, e ti scruta e t’indaga ogni piega del volto mentre assaggi, e se lo osservi di sottecchi vedi che la tensione gli s’allenta quando capisce che il suo vino ti piace, il vino dell’azienda di famiglia, Ippolito 1845, con quella data che ricorda le origini remote, a Cirò Marina, proprio in mezzo al paese. In una nicchia, illuminato, il Rosato del 1968. Un’altra data, questa della storia più recente. Ecco, la storia e l’innovazione qui sono unite per davvero, e non è slogan abusato da folderino aziendale, stavolta. Grazie al cielo qui è verità.

Sì, mi sono piaciuti i loro vini. Ne racconto in breve tre. Ovviamente il Cirò Rosato, ché io sono rosatista, e poi quell’incredibile Riserva che non si fa scalfire dal tempo, e il Pecorello.

Cirò Rosato 2018 Ippolito 1845. Il colore è l’aranciato dei vini rosa di gaglioppo, giocato qui sulla tonalità chiara. La bocca è agrumata, molto, e floreale. Le erbe mediterranee, e il sale, e la mandorla, sottile, nel finale. Datemi una giornata calda e una bottiglia di questo vino. (89/100)

Cirò Rosso Classico Superiore Riserva Ripe del Falco 2010 Ippolito 1845. Sissignori, un 2010, in commercio ora, dalle uve delle vigne vecchie del Mancuso. Uno dei quei vini per i quali è consentito l’aggettivo “elegante”, ed ha verve giovanile e frutto succoso e velluto. (93/100)

Calabria Bianco Pecorello 2018 Ippolito 1845. Il sale, ecco il sale di quelle terre vicine al mare, e la freschezza, e sono in continuo alternarsi. Poi, i fiori e, a tratti, le erbe balsamiche, sottili, nuovamente rinfrescanti. Aprendosi, ecco la nettarina bianca, croccantissima. (89/100)


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