Inquina di più una vigna o un capannone?

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Lo scorso anno, il sindaco di un certo comune francese ha vietato di usare “prodotti fitosanitari” a meno di cento metri dalle abitazioni su tutto il territorio di competenza. Al loro posto ha autorizzato solo l’uso delle sostanze naturali “di base”, e cioè poco o nulla. Non dico quale sia il comune, perché non conosco il contesto locale e perché comunque non ha importanza per la riflessione che ho intenzione di proporre. Aggiungo però che l’urgenza del provvedimento è stata sollecitata al sindaco dagli abitanti, preoccupati per i trattamenti fatti nelle vigne della zona. Una preoccupazione che non è infrequente anche qui da noi in Italia, tant’è che se ne parla sui giornali, sui social e sulle televisioni.

Andiamo avanti. Il cuore della questione è che all’interno dell’area abitata di quel comune ci sono 25 ettari di vigneto (altri ne esistono lontani dall’abitato). Sono andato a vedere quale sia l’estensione del comune. Sono quasi 22 chilometri quadrati. Mi sono domandato se sia venuto prima l’uovo o la gallina. Ossia, perché mai su un territorio così ampio si sia permesso di costruire case attaccate a un vigneto. Stessa domanda che potrei farmi per alcune zone d’Italia, peraltro, nelle quali potrei avanzare anche la domanda contraria, ossia perché si permetta di piantare vigne vicino alle case. Insomma, è mancata e manca la programmazione, da loro come da noi.

Torniamo al caso di studio. Ho fatto qualche ricerca sull’andamento demografico del comune francese in questione e ho visto che nel 1962 gli abitanti erano poco meno di 1.200, mentre nel 2008 erano già 7.400 e l’anno scorso erano saliti a 8.600. Un boom demografico consistente e continuo, con correlate lottizzazioni immobiliari. Cemento e capannoni, come è accaduto in tante zone d’Italia, e correlate file di macchine la mattina e la sera, con migliaia di persone che si spostano per lavoro, come dentro a un enorme circo inquinato dai gas di scarico. I trattamenti in vigna forse non solo l’unico serio problema.

Non dico che il sindaco in questione abbia fatto male a preoccuparsi della salute di chi sta vicino al vigneto e aggiungo che certamente è doveroso che chi coltiva la campagna aumenti la propria sensibilità ambientale. Però la morale è la solita, e riguarda lo stupro del territorio agricolo che è avvenuto negli ultimi decenni di follia speculativa edilizia e commerciale e che tuttora continua. Sta bene la sensibilità verso l’impatto sociale e ambientale dell’agricoltura, ma sarebbe decisamente ora di avere un atteggiamento intrasingente anche nel blocco della distruzione del residuo territorio rurale, che avviene regolarmente sotto colate di cemento e di asfalto e talora anche di pannelli solari. Non voglio nutrire retropensieri complottisti, ma a volte mi succede di domandarmi se le basse remunerazioni dei frutti delle attività agricole non miri anche a convincere gli agricoltori a “liberare” le loro terre che non rendono più abbastanza. A “liberarle”, intendo, verso un uso diverso, che trasformi le terre in superfici da ricoprire.


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  1. Luigi Sandri Rispondi

    Condivido in pieno!