Il Grasparossa, quando è gastronomico

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Sono un lambruschista convinto. Quando trovo un bel Lambrusco per me è una gioia. Credo non ci sia nessun altro vino che abbia la bevibilità totale, assoluta di un Lambrusco fatto bene.

Di solito, il mio lambruschismo trova appagamento soprattutto nel mondo del Sorbara, e dunque del colore chiaro, che però deve rifuggire il fucsia elettrico nel quale qualche volta indulge e andare invece verso la vena aranciata. Più raramente bevo il Grasparossa, perché fatico e trovarne molti che tengano a bada il tannino senza poggiare sulla zuccherosità, ma quando ne trovo è di nuovo una gioia. Così la penso io.

Di recente a Modena, al ristorante Da Danilo, mi hanno servito un Grasparossa, un 2017 de La Battagliola, che m’è piaciuto parecchio, anche per la sua indole gastronomica, ma mica solo. Rubino profondo, era un tripudio di frutto e di viola e aveva un bel tannino, saldo, rusticheggiante il giusto. Un vino gioiosamente serio, così mi verrebbe da definirlo, e per i miei gusti questo signifiva l’avere, il vino, una doppia prerogativa che in tavola mi fa svuotare rapidamente e gradevolmente il calice. Anche più di uno.

Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Dosage 15 2017 la Battagliola
(88/100)

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