Identità di Calabria, fattore umano e nuove generazioni

LUCA ABBRUZZINO

Ad un anno dall’esordio di Radicchio in valigia, torno a parlare di Identità Golose. Il congresso è arrivato alla quattordicesima edizione con il titolo “Il fattore umano”, che personalmente ho riconosciuto più di ogni altra cosa in Identità di Calabria. L’iniziativa ha visto protagonista la voce delle persone, espressione più sincera di prodotti, cucina e cultura della regione.

Tra gli esponenti, lo chef Luca Abbruzzino, classe 1989, che timido ed emozionato ha esordito con “Essere su questo palco è una figata”, a dimostrare un’umiltà difficile da riconoscere in un settore costantemente sotto i riflettori. Gli stessi riflettori che, spesso, dovrebbero puntare in direzioni e strade diverse. 

Forse da qui la scelta di mettere in evidenza i componenti di una filiera che, altrimenti, rimarrebbero sempre dietro le quinte: artigiani, agricoltori, cuochi, personale di sala. Per l’appunto, il fattore umano.

Come quello della Calabria: mai riconosciuta per il suo grande valore, sempre lasciata un po’ in disparte. Eppure le potenzialità, la forza e il coraggio per farsi sentire ce li ha tutti. 

Durante il congresso ho scoperto che qualcosa si sta muovendo e Identità Golose ha deciso di mettere in prima linea le persone promotrici di quella che potrebbe essere una piccola rivoluzione. Ovviamente, made in Calabria. 

Luca gestisce la cucina del ristorante a conduzione familiare Abbruzzino,  a Catanzaro, e dice: “Lo chef da solo non va da nessuna parte. Con gli altri dello staff condividiamo talmente tante ore al giorno insieme, che non possono essere solo dipendenti. Sono famiglia”. E non sono parole di circostanza. Lo chef lavora con una filosofia vincente, dettata dalla stagionalità, pensiero critico, etica e qualità. La stessa di Caterina Ceraudo, del ristorante Dattilo, a Strongoli, riconosciuta dalla Michelin come la migliore chef donna del 2017. Oltre a suscitare un po’ di invidia nei colleghi uomini, ha dimostrato quanto età (ha 31 anni) e genere non contino poi così tanto. 

I due in comune hanno sicuramente una scelta: quella di non aver cercato fortuna lontani dalla propria regione. Scelta di coraggio. La voglia di rompere i pregiudizi e gli schemi, è sintomo di affetto e di profondo legame con la propria terra. Ed ecco che ho assistito, nuovamente, al “fattore umano”.

A raccontare i vini calabresi, considerati ormai tra i migliori in Italia, Gennaro Convertini, il direttore dell’Enoteca regionale della Calabria. Mi ha sorpresa ritrovare in ogni bottiglia il riflesso dei paesaggi calabresi: la freschezza, il grado di acidità perfettamente equilibrato, la delicatezza degli aromi. Il mio preferito, nonostante non ami i vini dolci, è il Moscato di Saracena. Un vino passito, prodotto con l’antica pratica del mosto bollito. 

Come ha spiegato Convertini, la qualità dei vini calabresi è frutto di un nuovo approccio culturale, portato dai ragazzi giovani che stanno prendendo in mano le piccole aziende produttrici che costellano la regione. 

Penso sia fondamentale supportare la mia generazione nella scelta di preservare le tradizioni, ma con l’occhio di un nativo digitale. Decidere di restare, e riconoscere l’estremo valore della propria terra. 

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