Gli esperti del vino la piantino di voler fare gli esperti

vino_rosso_scuro_500

Credo che una delle possibili evoluzioni della comunicazione del vino vada in questa direzione: smettere di ergersi sul pulpito per indicare alla gente quel che “deve” piacergli e aiutare invece le persone a capire meglio “perché” gli è piaciuto quel tal vino che hanno trovato “buono”. Si tratta di un compito che richiede sensibilità e umiltà. Due doti piuttosto rare.

Mi sono rafforzato in quest’idea dopo aver letto sul Grape Wall of China quel che ha affermato Tim Hanni, che è anche autore di un libro che si chiama “Why You Like The Wines You Like”, che suona un po’ come “Perché ti piacciono i vini che ti piacciono”. La parte del discorso che mi ha colpito è questa (la traduzione è mia): “Voglio che la gente in Cina e nel resto del mondo abbia la libertà di alzarsi in piedi e di poter chiedere che gli esperti e i professionisti si focalizzino di più sull’apprendimento di quel che vogliono le singole persone – e sul perché a diverse persone piacciono le cose che fanno – invece di aspettarsi che la gente gli creda ciecamente a loro perché ‘Be’, io sono un esperto e dunque a te devono piacere i vini cui io do un punteggio alto o che ti suggerisco io’. La questione centrale è quella di dare ai consumatori una miglior comprensione di se stessi e degli altri e, cosa molto importante, di educare gli educatori sul fatto che un sacco di nozioni che gli sono state insegnate non sono necessariamente vere”.

Sì, mi piace un sacco questo pensiero, e credo che chiunque si occupi di vino dovrebbe prenderla in seria considerazione. Il tempo dei guru probabilmente sta tramontando, o quanto meno il loro successo non può più pretendere di essere durevole come in passato. Credo che sia meglio che se ne facciano una ragione.


Scrivi un commento

7 comments

  1. Cesare Rispondi

    Caro Angelo ,sono molto contento di questa tua riflessione,io sono ampiamente d’accordo e soprattutto basta le pubblicità che impongono bevute in virtù di un mandato di rappresentanza,e il vino non è buono perché lo ha comperato tizio ,caio e sempronio,p oppure perché lo vende un amico.Il vino può essere buono ,perché il consumatore sceglie ,conosce ,apprezza ,valuta e gode di tutto ciò , senza dimenticare il produttore che può costruire una storia ,la storia della sua vita.Parlo del produttore che sta in vigna ,in cantina ,e dedica il suo tempo alla realizzazione magari di un sogno che si chiama vino. Con Stima

  2. claudia Rispondi

    Il consum’attore’ vuole sempre essere più’ protagonista . non si accontenta più’ di sentire una sequela di descrittori improbabili, ma vuole conoscere cosa c’è dietro ad una bottiglia di vino, in termini di territorio, lavorazioni controlli garanzie di salubrità’.
    Serve una generazione di nuovi guru, senza dubbio-

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Bel contributo, Claudia.

  3. Mirco Mariotti Rispondi

    Buonasera Angelo
    Nel suo ultimo post su Instagram, Alice Feiring chiede ai suoi lettori quali siano le emozioni che li guidano verso il vino; mi sembra chiara la volontà di portare l’argomento su un piano paritario. Del resto come spiega bene Paolo Landi nel suo “Instagram al tramonto”, il desiderio degli utenti di crearsi un’unicità in un contesto apparentemente democratico, altro non fa che creare una “catalogazione di unicità”! È chiaro quindi che molti desiderino tornare in un contesto più arcaico, nel quale pubblicare un proprio pensiero era quasi considerato un atto pionieristico, leale, e per questo meritevole. Credo per cui che il progetto degli “assaggi in movimento” vada proprio in questa direzione, ben venga!
    A presto, Mirco

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Grazie, Mirco.

  4. Roberto Goitre Rispondi

    Vero, sacrosante parole

  5. Alessandro Comitini Rispondi

    Riflessione interessante, ma personalmente cammino molto cauto quando mi imbatto in questi manifesti di controcultura anti-sistema, anti-establishment.
    Il vino rimane in primis un bene di consumo: l’80% dei consumatori lo bevono senza fronzoli.
    Tutto il palco attorno alle icone, marketing e testimonials va a foraggiare un segmento molto più piccolo di mercato di persone che spendono i propri soldi per i motivi più disparati (e sì, anche e soprattutto per eventuali endorsement da parte di VIP)
    La questione dell’esperto-guru che impone il dogma, ritengo sia più da ricercarsi nella singola persona, che nell’insieme “esperti di vino” e l’annosa questione dei punteggi è pur sempre basato su una scala obiettiva di analisi del prodotto che lo valuta per le caratteristiche che il vino deve o non deve avere (esempi: no TCA, no volatile altissima, no acetica, no brettanomices a coprire ogni caratteristica, no tannini ruvidi e acerbi, no legno scomposto, eccetera).
    Apro una piccola digressione sul fatto che brettanomices è tollerato, perchè in alcune sue forme dà complessità al prodotto e la volatile è caratteristica di alcuni vini (vedi Sangiovese), mi fermo qua perchè potrei continuare a dibattere su difetti che non sono difetti e difetti che sono difetti, ma non è questo il punto del mio post.
    I punteggi – per altro – non sono risultati di somme matematiche di valori, ma sono un misto di considerazioni, sensazioni e discussioni tra giudici.
    Ritengo che se a noi non piace quello che un dato critico dice o rappresenta, semplicemente non siamo noi il suo target.
    Sulla questione formazione vorrei capire meglio che cosa si intende, perchè non penso che sia compito di una rivista o di un critico insegnare, ci sono scuole preposte che hanno sia la funzione di avvicinare il curioso che di formare figure specializzate.
    A me sembra che a volte ci sia la pretesa di ripudiare l’esperto solo per ergersi ad esperto speculare e opposto,
    Se si vuole capire a fondo il vino ci sono molte ore di studio, ricerca e bevute davanti: si scoprirà che quando si comincia a guardare il vino come prodotto avulso da ogni cornice e sentimentalismo, forse il giudizio sarà più in linea con l’odiato critico.