Girano tante etichette non a norma, ed è un problema

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Noi siamo i buoni perciò, abbiamo sempre ragione”. Ricordate? Lo cantava in falsetto Edoardo Bennato nella sua sarcastica “In file per tre”. Ecco, non vorrei che in una parte del mondo del vino, e soprattutto tra i piccoli vignaioli, e in particolare tra coloro che si proclamano “naturali”, si stesse instillando esattamente questa convinzione. La convinzione insomma che chi fa vino rispondente a determinati (e a volte autoproclamati, perché non certificati) canoni di “eticità” goda di una sorta di lasciapassare che gli permette di non assogettarsi alle regole del settore. Altrimenti non mi spiego il florilegio, che vedo sui social network soprattutto, ma anche fra le bottiglie che acquisto io, di etichette che stanno al di fuori della normativa.

Guai a te, però, segnalare tali irregolarità, spesse volte più che palesi: ti si scatena contro la tifoseria di questo o quel vignaiolo che afferma che quel che conta è solo che quel tal vino sia “buono”, fregandosene dell’etichettatura, vista come una sorta di fastidioso vincolo alla libertà espressiva. Ma la bontà del vino – presunta o reale che sia, e talvolta è certamente reale – non può giustificare la violazione delle norme.

Ovvio che di irregolarità ce ne sono anche fra gli “industriali” e i “commercianti”, ma questi mica pretendono di possedere i canoni della “eticità”. Il fatto è, tuttavia, che la casistica mi pare che si stia allargando fra i piccoli produttori e che vi ricadano sempre più spesso quei vini che stanno al di fuori delle denominazioni di origine o delle indicazioni geografiche, il che potrebbe far pensare che su questi vini non ci sia la stessa frequenza di controlli che grava invece sui produttori che fanno vini all’interno delle doc o delle igt. Sarebbe grave.

Le regole ci sono per cercare di evitare che si ripetano la jungla pre-anni Sessanta e le porcherie dell’86, ricordiamocelo. Rispettare le regole rappresenta la vera lezione di “eticità”. Altroché. Poi, se il vino, oltre che rispettono delle regole, è anche fatto da piccoli produttori che vivono sul territorio e hanno a cuore la sostenibilità ambientale e l’assenza di interventi invasivi in vigna e in cantina, e insomma la “naturalità”, be’, magari siamo più contenti tutti. Io per primo.


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2 comments

  1. Nic Marsél Rispondi

    Ciao Angelo, non so a quali etichette tu faccia riferimento, tuttavia tieni presente che nel 2017 il Consorzio Vini Veri ha ricevuto la seguente indicazione dal Dipartimento del’ispettorato centrale e della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agro-alimentari:

    […] tenuto conto delle disposizioni dell’Unione europea in materia d’indicazione dell’anidride solforosa nell’etichettatura dei vini, si è dell’avviso che possano essere utilizzate le seguenti diciture, purché siano posizionate consecutivamente, senza alcuna interruzione: “contiene … mg/l di solfiti totali”; “ – senza aggiunta di altre sostanze ammesse per uso enologico” oppure ” – dall’uva alla bottiglia senza aggiunta di altre sostanze ammesse per uso enologico”, a condizione che nessuna altra sostanza per uso enologico espressamente ammessa, diversa dall’anidride solforosa, dal bisolfito di potassio o dal metabisolfito di potassio, sia stata aggiunta o residui nel vino etichettato con tale dicitura […]

    Se parliamo di ingredienti, vige la possibilità di omettere ciò che è ammesso per legge, non l’obbligo di omissione.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Il tema cui faccio riferimento non è questo, Nic. Porto tre esempi di derive pericolosissime. La prima: vedere citata sull’etichetta di un “vino” generico qualche varietà autoctona italiana, evenienza espressamente esclusa dalla normativa, che consente di citare nell’etichettatura di “vini” generici solo i vitigni internazionali. La seconda: scrivere che si tratta di uve di vigneti appartenenti alla doc Tal dei Tali “volutamente declassate” alla produzione di un “vino” generico, e in questo caso l’abuso è evidentissimo, perché se dici che le uve sono doc fai un vino doc, altrimenti non dici che le uve sono doc. La terza: storpiare il nome della doc del territorio su un “vino” generico, e in questo caso a mio avviso si tratta di frode bell’e buona.