Garganega brasiliana, per chi si ostina col vitigno

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Queste righe sono dedicate a coloro – e in Italia sono molti, moltissimi – che ancora si ostinano a pensare che il vitigno conti più del territorio, e dunque si affannano a (tentare di) promuovere e lanciare i vini varietali anziché le menzioni geografiche. Lo spunto me lo offre un articolo di Andreia Debon su Bonvivant, un web magazine brasiliano. Il titolo lo riporto in originale: Já ouviu falar da uva Garganega? Tem vinícola brasileira que faz vinho com ela! Che traduco come: “Hai mai sentito parlare della Garganega? C’è una cantina brasiliana che ci fa il vino”.

Ora, la garganega è un vitigno a bacca bianca. Ci si fa il Soave e anche il Gambellara e in ampia parte il Custoza, bianchi veneti. Però l’hanno impiantato anche in Brasile, e ci si fa vino anche là. L’azienda ha un nome Venetian-sounding. Si chiama Vinícola Leoni di Venezia, dalle parti di São Joaquim, nello stato di Santa Catarina, nel Sud del Brasile. È specializzata nella coltivazione di vitigni italiani. Il sito aziendale informa che attualmente in vigna ci sono il sangiovese, il montepulciano, il refosco dal peduncolo rosso, l’aglianico, il nero d’Avola e il primitivo tra le rosse, più la rondinella, la corvina e la molinara “para a produção de um vinho especial, com uvas apassitadas, no estilo Amarone della Valpolicela”. Le bianche invece sono il gewurztraminer, il grechetto, il vermentino e il verdello, oltre alla garganega, ovviamente.

Vedete? Se si punta sul vitigno si perde, perché il vitigno è esportabile, e all’estero se lo possono impiantare e ci possono fare il vino. Così come si rischia se si punta solo sulla tecnica. Il territorio invece non è esportabile, e dunque a vincere è la denominazione di origine o la menzione geografica.

A proposito, e come sarà quella Garganega brasiliana di cui parla Andreia Debon? Eccellente, a quanto pare, visto che strappa ben 90 centesimi di rating. E c’è da crederci, perché Andreia di vino se ne intende, e conosce molto bene l’Italia del vino.


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