Il futuro e il passato del vino naturale

plazio

Come qualcuno dei miei lettori saprà, sono tra i fondatori e consigliere di VinNatur. Questo per non generare dubbi in chi avrà la pazienza di leggermi.

Ogni tanto mi piace intervenire sul dibattito che inevitabilmente genera il mondo che per semplicità possiamo chiamare dei “vini naturali”. Alice Feiring, che della naturalità del vino ha fatto il proprio credo e mestiere, è una delle massime autorità mondiali del settore. Ebbene, sorprende leggere un suo post pubblicato di recente da Omnivore e intitolato “Ainsi parle Alice Feiring”. Si parla dello stupore della scoperta dei primi vini di questo tipo, di quanto fossero diversi dai vini formattati e stilisticamente perfetti in auge allora (e anche adesso aggiungo). Siamo alla fine degli anni ’90. E poi i viaggi in Francia, nella Loira per partecipare al salone La Dive Bouteille. E tanto altro ancora.

In questi anni il mercato dei vini naturali si è sviluppato con frenesia. I ristoranti e i bar à vin dedicati esclusivamente a questi prodotti sono numerosissimi, i produttori non hanno più vino da vendere, i prezzi sono spesso fuori controllo. È chiaro che tutto questo successo non può che attirare una folla di convertiti, forse più interessati al fattore economico che a capire come produrre vini buoni oltre che sani. Feiring dice che ormai si assaggiano bottiglie che contengono vini che nel passato non sarebbero mai stati venduti in queste condizioni. Con problemi di fermentazione, con affinamenti approssimativi, dopo 3 o 4 mesi dalla vendemmia, insomma non ancora finiti. Tanto, dicono importatori e sommelier, la gente ama queste cose qui, gli odori, le riduzioni, la carbonica nei vini fermi e via di questo passo.

Il rischio è di pensare a come erano i vini in quei primi anni eroici, senza mettere tutto questo in prospettiva. La nostalgia non deve giustificare gli errori, ma mettere in risalto le pericolose derive di questi ultimi anni. Quanto veri sono tutti questi vini? È sufficiente non fare nulla per produrre un vino naturale? E poi bisogna ricordare che tutti i territori non sono uguali, in certi posti è meglio piantare patate e barbabietole, non fare vino.

Tornando a Feiring, a suo avviso tutto questo sta portando verso una deriva capitalistica, alla ricerca del profitto facile, a detrimento della ricerca dei valori reali. Discussione che ci porterebbe lontano, vorrei solo aggiungere che non ho ancora visto missionari del vino, e quindi, piaccia o no, l’aspetto commerciale e finanziario avrà sempre la sua importanza. E l’esistenza di importatori con cataloghi densi di grandi vini dimostra che passione e finanza possono coesistere.

La cosa peggiore è che la corsa a produrre sta generando vini sempre più cattivi. Forse per incapacità o semplicemente perché così vuole un certo mercato. Si lamenta poi la tendenza di andare sempre più verso “vins de soif”, cioè vini beverini, leggeri, con pochi tannini a alta acidità. Non impegnandosi più a produrre “vins de garde” vini destinati all’invecchiamento e con strutture più complesse.

A questo punto, pur condividendo alcune delle considerazioni di Feiring, faccio fatica a seguirla. Mi pare si stia entrando nel campo minato delle generalizzazioni. Dopo anni di vinoni legnosi e imbevibili, non posso fare a meno di amare i vini da bere (quelli che su queste pagine abbiamo battezzato come i vinini). La cosa più difficile è mettere insieme la facilità di beva con la complessità. Siamo ancora prigionieri di filosofie produttive che vedono come unica soluzione per fare grandi vini quella di concentrare in vigna, aggiungere legno nuovo alla ricerca di potenza e struttura. Ebbene, abbiamo di fronte a noi brillanti esempi che dimostrano come questa equazione sia totalmente sbagliata. E molti produttori naturali non sono riusciti a scappare da questa trappola, in particolare quando si parla di vini rossi. Che siano naturali o convenzionali, si possono e si devono mettere in bottiglia vini di territorio capaci di andare in profondità senza per forza usare la scorciatoia della concentrazione e della potenza.

Sull’argomento interviene anche Oliver Styles su Wine Searcher. Nel condividere la posizione di Feiring nei confronti di molti vini naturali, Styles nota il vuoto che esiste tra i produttori e i consumatori. A parte certi guru più o meno riconosciuti, non c’è una critica libera e attenta nei confronti di questa tipologia di prodotti. Servirebbe uno sforzo da parte di guide e riviste, magari usando i punteggi a base 100 che tanto piacciono al pubblico internazionale. Concordo su questo punto, serve più conoscenza e consapevolezza, e magari anche molta più leggerezza a tutti i livelli.

Chiudo ricordando (mi scuserete il conflitto di interessi) che VinNatur si è posto il problema e sta lavorando per generare conoscenza sia nei produttori che nella stampa di settore. Nei mesi scorsi è stato organizzato un concorso/degustazione di cui anche su queste pagine si è parlato.


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4 comments

  1. Mario Crosta Rispondi

    “Dopo anni di vinoni legnosi e imbevibili, non posso fare a meno di amare i vini da bere”. Ci sono i vini quotidiani, appunto, non soltanto quelli per la domenica e quelli per le grandi feste. E devono essere tutti buoni.

  2. Francesco Rispondi

    Sono assertore convito che i vini (non sono affatto daccordo nelle definizioni di “vinini e vinoni”) si fanno in vigna. Poi il territorio, le varietà, il portinnesto e non per ultimo l’esperienza del “cantiniere” ottengono quello che può ottenersi, il vino. Importante, strutturato, complesso o meno ma resta comunque quella espressione. I vini naturali, poi, li abbiamo fatti da sempre e sempre li faremo nonostante le enormi difficoltà di commercializzazione.

  3. Nic Marsél Rispondi

    Interessanti riflessioni. Sono anch’io convinto che oggi ci siano in giro troppi vini naturali ben peggiori di quelli dei “pionieri”. Coloro che ai tempi criticavano ferocemente (per partito preso), adesso si spellano le mani in applausi, anche per prodotti orribili (a dimostrazione che non ci capiscono un cippa), in nome della moda e del business. Vinnatur sta lavorando bene, in controtendenza rispetto a quanto sopra, privilegiando ciò che è buono. Per il resto ci sono vini che sono materici per vocazione e che necessitano di momenti e cibi adeguati. Complessità non è sinonimo di concentrazione. Concentrazione è spesso complicazione. Complicato è qualcosa di avvolto su se stesso, incistato. Complicato è tutto ciò che potrebbe essere semplificato senza cambiarne l’identità. La complessità deriva da un insieme eterogeneo di componenti e fattori che sono interdipendenti. L’equilibrio (ciò che di solito cerco nel vino) è possibile nella complessità non nella complicazione.

  4. Nic Marsél Rispondi

    Interessanti riflessioni. Sono anch’io convinto che oggi ci siano in giro troppi vini naturali ben peggiori di quelli dei “pionieri”. Coloro che ai tempi criticavano ferocemente (per partito preso), adesso si spellano le mani in applausi, anche per prodotti orribili (a dimostrazione che non ci capiscono un cippa), in nome della moda e del business. Vinnatur sta lavorando bene, in controtendenza rispetto a quanto sopra, privilegiando ciò che è buono. Per il resto ci sono vini che sono materici per vocazione e che necessitano di momenti e cibi adeguati. Complessità non è sinonimo di concentrazione. Concentrazione è spesso complicazione. Complicato è qualcosa di avvolto su se stesso, incistato. Complicato è tutto ciò che potrebbe essere semplificato senza cambiarne l’identità. La complessità deriva da un insieme eterogeneo di componenti e fattori che sono interdipendenti. L’equilibrio (ciò che di solito cerco nel vino) è possibile nella complessità non nella complicazione.