I Franciacorta che non usano zuccheri (evviva)

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Dunque, la differenza è questa. Il metodo dei francesi, quello che si usa chiamare champenoise, prevede che le uve vengano raccolte quando non sono ancora mature del tutto e che il vino che se ne trae venga fatto rifermentare aggiungendoci zucchero. Quest’altro metodo invece vuole che l’uva venga vendemmiata a piena maturazione (tecnologica e anche aromatica) e che per la rifermentazione in bottiglia non si aggiunga zucchero bensì mosto.

Quest’altrio metodo è quello ideato da Giovanni Arcari e Nico Danesi, che in Franciacorta hanno ideato il metodo “solouva”, che grosso modo è come l’ho appena descritto. Un metodo che è anche – come dire – “open source”, perché l’hanno codificato e poi l’hanno (generosamente, bravi) messo a disposizione di tutti i produttori franciacortini, se vogliono provarci. C’è anche un sistema terzo di certificazione. “L’importante non è concentrarsi sull’aspetto tecnico, ma sulla filosofia che ci sta sotto” dice Nico. La filosofia è che il vino si fa in vigna, e dunque in bottiglia non si mette zucchero, mai, ma solo quel che si ottiene dalla vigna.

Ora, lo so che magari mi farò qualche nemico, ma dico – sostengo – che questo metodo “solouva” inventato da Arcari e Danesi per me rappresenta il futuro della Franciacorta. La maniera di diversificarsi nettamente da qualunque altra area spumantistica. Non solo per il nome, dunque. Segnerebbe insomma una linea di demarcazione. Un’occasione. Ghiotta. Sarebbe un peccato che quest’occasione non venisse colta.

Il perché io faccia una simile affermazione è presto detto: i vini fatti con questo metodo non hanno le “classiche” note di pasticceria filo champagniste (che sono poi note ossidative), ma sanno invece, nelle loro pià felici espressioni, di uva, proprio di uva, esattamente di uva. Sono vini con le bolle, non bolle con il vino attorno (lo so che è un’affermazione estrema, ma voglio provocare, lo ammetto). In più sanno reggere il tempo, perché, come dice Giovanni, “il vino è fatto anche di tempo”.

Di Franciacorta fatti col metodo “solouva” ne ho assaggiati di recente alcuni, in una sorta di verticale organizzata da Giovanni e Nico. Qui di seguito dico le mie impressioni.

Franciacorta Brut 2015 SoloUva. Tesissimo, e però ancora tanto, troppo giovane. Da bere un bel po’ in là. Sboccatura gennaio 2018. (88/100)

Franciacorta Dosaggio Zero 2013 Arcari + Danesi. Ecco, mi piace tanto. Affilato, cristallino, lunghissimo. Da avercene in cantina. Sboccatura novembre 2016. (90/100)

Franciacorta Satèn 2012 Arcari + Danesi. Fiori essiccati, fieno, erbe officinali. Vibrante, luminoso. Carezzevole. Piacevolissimo. Sboccatura novembre 2016. (94/100)

Franciacorta Brut 2011 SoloUva. Buona tensione e il frutto che poi si materializza al palato. Sboccatura ottobre 2014. (87/100)

Franciacorta Brut 2010 Giuseppe Vezzoli. Spezie e poi timo, origano. Ancora giovanile, rusticheggia un po’. Sboccatura novembre 2014. (86/100)

Franciacorta Brut 2009 Giuseppe Vezzoli. Bottiglia apprezzabile ancorché non felicissima, con qualche vena evoluta. Sboccatura ottobre 2013. (80/100)

Franciacorta Satèn 2008 Arcari + Danesi. Sa di uva, assolutamente di uva. Incredibilmente giovane, Splendido. Come volevasi dimostrare. Sboccatura marzo 2012. (96/100)

 

 


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