Erga omnes, stessi obblighi, ma anche stessi diritti

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La notizia non è tanto che la Federazione italiana dei Vignaioli indipendenti abbia scritto al ministro Martina per sollecitare una rendicontazione separata dell’utilizzo delle quote erga omnes da parte dei consorzi di tutela, quanto nel fatto che immediatamente alla richiesta della Fivi si è unita l’associazione delle Famiglie dell’Amarone d’Arte, al cui interno i soci Fivi sono pochi. Insomma, per la prima volta due realtà associative “private” del mondo del vino parlano con sintonia d’intenti. Ecco, signori, questa è già una notizia in un settore frammentato come quello del vino. Ma è interessante anche il contenuto.
“Chiediamo al Ministro Martina di intervenire – dice il presidente della Fivi, Matilde Poggi – per richiamare i Consorzi alla necessità di adeguarsi al quadro normativo vigente, fornendo una chiara rendicontazione del loro operato suddivisa tra le azioni intraprese a favore dei soli soci e quelle intraprese a favore di tutti coloro che rivendicano la denominazione”.
“Unendosi alla voce della Fivi che, oggi, con una lettera al Ministro Martina, pretende che venga rispettata la stessa norma – scrive il presidente della Famiglie dell’Amarone d’Arte, Sabrina Tedeschi -, le Famiglie confermano che da tempo effettuano il pagamento degli importi richiesti precisando al Consorzio che il versamento avviene con riserva di verifica della legittimità di quanto richiesto”, e in questo caso il Consorzio è quello dei vini della Valpolicella.
Passo indietro. Che cosa sono le quote erga omnes? Sono i soldi che chiunque faccia vino utilizzando una denominazione di origine deve versare al consorzio di tutela della denominazione, a prescindere che l’azienda sia socia o no del consorzio. Questo se il consorzio è “rappresentativo”, ossia se i suoi soci siano più del 40% del totale dei produttori della denominazione e se questo 40% produca almeno il 66% del vino della denominazione. Giusto o sbagliato che funzioni così? Giusto, a mio avviso, perché se – ho detto “se”, condizione indispensabile – i soldi del consorzio vengono usati per dare visibilità alla denominazione nel suo complesso, di quella visibilità beneficiano tutti coloro che usano la denominazione, a prescidere dal fatto che siano o meno soci del consorzio.
Da quando è uscita questa norma, prevista dal decreto legislativo 61 del 2010 sulla “Tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche dei vini”, sono fermamente convinto che i consorzi che raccolgono le quote dell’erga omnes abbiano due obblighi, se non giuridici, almeno “morali”. Il primo obbligo è quello di tenere separato il bilancio delle quote versate dai soci in quanto tali dal bilancio delle quote versate da soci e non soci in quanto tenuti alla norma “erga omnes”. Il secondo obbligo è quello di offrire a tutte le aziende che versano i contributi “erga omnes” le medesime possibilità di partecipazione alle iniziative promozionali del consorzio realizzate in tutto o in parte grazie ai fondi raccolti “erga omnes”, e questo a prescindere che le aziende siano o meno socie del consorzio.
Semmai, il problema è un altro, ossia se chi amministra il consorzio sia legittimato a rendere pubblico il bilancio degli utilizzi delle quote “erga omnes”. A mio avviso no, non è legittimato, in quanto il consorzio è una realtà associativa, che come tale si relaziona con i propri organi associativi. La legittimazione gli deve arrivare o da una previsione di legge o da una decisione degli organismi consortili. Nel primo caso dovrebbe intervenire il ministero, con una norma che imponga l’obbligo di dare pubblicità alla rendicontazione delle quote e delle attività “erga omnes”. Nel secondo caso basta una delibera dell’assemblea dei soci del consorzio che indichi al presidente di dare pubblicità alla rendicontazione. Dunque, basta volere.


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