E se il Prosecco fosse un grande vino?

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La butto lì: e se ci fossimo sbagliati (quasi) tutti? Se il Prosecco non fosse la bollicina semplicina che ci siamo (quasi) tutti convinti che sia? Intendo quanto meno il Prosecco che viene dalle vigne più vocate, soprattutto della zona – come dire – “classica”, quella di Conegliano e Valdobbiadene. Come te lo spieghi sennò che da qualche tempo mi stanno sfilando nel calice vini che non solo reggono l’urto del tempo, ma addirittura ne traggono assoluto vantaggio in termini di eleganza, di carattere, di complessità, di profondità. Non doveva, questa qui, essere una prerogativa dei soli metodo classico, dei grandi vini champenoise?
L’ultimo caso è una bottiglia del Giustino B. della Ruggeri che sono andato a ripescarmi tra le cose messe da parte in cantina: annata 2011. Ebbene, dopo più di tre anni l’ho ritrovato d’un brillante colore gialloverde, e i profumi, nettissimi, richiamavano i fiori bianchi e la mela asprigna, e la bolla era finissima, e la beva assoluta. Neppure lo zucchero, ché questo è un extra dry, e ha intorno ai 16 grammi residui per litro, che non son pochi, risultava alla fine sopra le righe, ma anzi integrato con una freschezza avvincente. Insomma, un bellissimo, e buonissimo, e soprattutto giovanissimo vino con le bolle, fatto in autoclave, metodo Charmat. Tanto di cappello. Vorrei averne ancora qualche bottiglia nella mia cantinetta, e farlo riposare a lungo.
Aggiungo anzi che le interpretazioni del Prosecco che sinora più mi hanno sorpreso per tenuta e per miglioramento nel tempo sono quelle più votate all’amabilità, dry o extra dry dunque. Che sia questa la vera specializzazione prosecchista? Che sia questo che può fare di quel vino un “grande vino”, capace di ritagliarsi stabilmente uno spazio a sé stante nel mondo enoico, e soprattutto in quello contraddistinto dalle bolle?
Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry Giustino B. 2011 Ruggeri
Tre lieti faccini 🙂 🙂 🙂

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