La cultura del vino invecchiato

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Il fascino dell’età che avanza. Tra le cose che adoro cercare in un vino c’è proprio questo genere di straordinaria bellezza. Non la decadenza, sia chiaro. Quel che ricerco è la complessità, la ricchezza che il tempo sa offrire ad un vino.

Per questo sono stato felice leggendo quel che ha detto Pierre Citerne nel commentare, sulla Revue du Vin de France, l’assaggio di un Rioja del 1978. “Molti di noi, alla Revue du Vin de France, difendono l’estetica dei vini invecchiati, la complessità e la ricchezza del messaggio degli sviluppi terziari. Questa nostra era sembra essere refrattaria a questo genere di bellezze patinate dal tempo”.

Ecco, io sono della medesima opinione. Lo so che oggi va per la maggiore il bere vini che stiano principalmente sul frutto, e dunque ancora giovani. E so altrettanto che oggi i vini nascono per essere “pronti subito”, ché quasi più nessuno – appassionati o ristoratori fa lo stesso – li acquista per farli affinare, con pazienza, aspettando il giusto momento per la stappatura, avanti negli anni. Ma a me piace quell’incanto che solo il tempo può donare.

All’appassionato, Pierre Casamayor, sulla Revue, in sintonia con Pierre Citerne, consiglia di “essere curioso, di non disdegnare le vecchie bottiglie, di prendere confidenza col gusto che è proprio di quelle bottiglie… e di non ascoltare troppo i giovani sommelier, che non hanno più la cultura dei vini invecchiati e spiegano che l’evoluzione terziaria è un difetto”.

Sì, è davvero questione di cultura.


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