Che cos’è la mineralità del vino

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Oh, che noiosa che è quell’obiezione che un vino non può essere “minerale” perché i minerali non hanno odore, perché non possono entrare nel vino, perché perché perché. Vero, c’è gente che oggi ritiene “minerale” qualunque vino, dato che la definizione è diventata di moda. Però passare da un estremo all’altro è altrettanto sbagliato.

Dice: ma allora come la si può definire scientificamente questa presunta mineralità del vino? Dico: ma bisogna proprio definire tutto scientificamente? L’assaggio d’un vino ricade nella sfera della soggettività, dell’opinabile, del piacere personale. Mica tutto può essere assoggettato ai dogmi della tecnologia, no?

In ogni caso, una bella definizione di mineralità l’ho trovata sul sito di Wine Spectator. Nella rubrica di Dr. Vinny, che propone risposte semplici a domande talvolta altrettanto semplici, e proprio per queste imbarazzanti per gli espertoni. “La mineralità – leggo (e traduco) – è una faccenda difficile da spiegare, ma si riferisce ad un gruppo che sensazioni che non sono fruttate, non sono erbacee, non sono speziate. Le note minerali possono descrivere il profumo o il gusto o entrambi. Pensate al sentore di mare che provate quando avete in bocca un grano di sale marino o un’ostrica. All’odore di un marciapiedi dopo la pioggia. A volte è come l’odore del gesso, e se siete stati vicino a una lavagna sapete di cosa sto parlando. A volte è come quando si schiacciano delle rocce o della ghiaia. La salinità e l’odore della pietra focaia sono altri segnali di mineralità.”

Perfetto.

Articolo originariamente pubblicato il 2 dicembre 2013


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3 comments

  1. Vincenzo niccolini Rispondi

    …e fra quanti parlano di “pietra focaia” quanti sanno o hanno sentito in natura quell’odore ? Qualche docente racconta del sentore degli accendini quando scoccano. Sto zitto per rispetto loro nei confronti della platea di corsisti. No, non è quello, bisognerebbe andare da qualche armaiolo, farsene prestare una coppia e così si aggiusterebbero le cose. Perché l’ignoranza docet… e anche la presunzione.
    Un delegato Fisar.

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Avendo avuto in passato passione per l’archeologia, mi sono più volte cimentato con le selci, per cercare di cavare da una pietra madre delle schegge affilate, come si faceva in passato, e sino a tempi neppure lontanissimi, per avrne punte di frecce e lame per attrezzi. Conosco pertanto molto bene quell’odore ed è un’esperienza non difficile da rivivere: basta una passeggiata in una zona dove ci sia della selce, un po’ di forza nelle braccia e qualche cerotto per le dita.

  2. Maurizio Onorato Rispondi

    Grande lezione per tutti quelli che a Napoli definirebbero “sopracciò”, quelli che devono sempre fare la bucce a chi si adopera a veicolare le emozioni che ci fanno innamorare del vino. Ringrazio Angelo per la definizione che ci ha riportato, ma dubito che i signori di cui sopra abbiano mai avuto l’umiltà di annusare il gesso o una lavagna: bagnata o baciata dal sole, che già hanno due sentori differenti.