Da cosa nasce il nostro ritardo sulla Francia?

battarra_400

Capisco il patriottismo che ogni tanto affiora dalle nostre parti, ma in fatto di vino la Francia continua a essere tanto più avanti di noi, e la distanza vedo difficile, ad ora, colmarla. D’accordo, qualche grande, talora grandissimo vino ce l’abbiamo, ci mancherebbe, però loro ne hanno una marea rispetto a noi, e soprattutto hanno una diversa, diffusa mentalità identitaria. Amen.

Ciò detto, mi sono sempre domandato come sia stato possibile che noi, che ci vantiamo d’essere stati l’antica Enotria, abbiamo accumulato un simile ritardo sui francesi. La spiegazione che tentavo di darmi la leggevo nel fatto che loro sono – di fatto – divenuti uno stato unitario secoli prima di noi, con tutto quel che ne consegue. Ora di spiegazioni ne trovo – forse – un’altra. Tra le righe di un saggio che ho incominciato a leggere: “Un volgo disperso”, di Adriano Prosperi, sul mondo contadino italiano dell’Ottocento.

Osserva Prosperi che i testi d’insegnamento delle pratiche agricole che si pubblicavano da noi erano rivolti giocoforza non ai contadini, ma semmai ai padroni o ai fattori: i “coloni”, quelli che lavoravano la terra, non sapevano infatti leggere, e dunque i libri non potevano essere destinati a loro. “Sarebbe stato il mio pensier vano per chi non sa leggere” scrive amaramente, nella seconda metà del Settecento, l’abate romagnolo Giovanni Battarra, autore di una certa “Pratica agraria”. E la sua amarezza nasceva dal fatto che l’amico Giuseppe Baretti gli aveva raccontato che nelle campagne inglesi “non v’è casipola di contadini, che non abbia almeno una sufficiente raccolta di libri agrari”. Da questo il Battarra sottolineava che “il primo difetto dell’agricoltura nostra” stava nel fatto che i contadini non sapevano “né legger né scrivere: onde restan privi di quell’unico presidio che può produr loro il gusto di sapere come l’agricoltura ne’ vari paesi d’Europa s’eserciti”. Cosicché “la nostra agricoltura non rimane che una mera, rozza e materiale pratica”.

Non sono abbastanza addentro nella storia dell’istruzione francese rispetto all’italiana (parlo della diffusione dell’istruzione nelle campagne, non di quella cittadina). Tuttavia, mi domando se anche la mostruosa assenza di scolarizzazione che ha a lungo caratterizzato il “contado” italiano non abbia avuto peso sui nostri ritardi agrari e vitivinicoli.

Lascio la parola agli storici e ai sociologi.


Scrivi un commento

3 comments

  1. Maurizio Gily Rispondi

    Non credo che i contadini francesi avessero un livello di istruzione molto più alto dei nostri, ma soprattutto non credo che il punto sia l’istruzione agraria. La coltivazione della vite si è sempre basata, sia in Italia che in Francia, massimamente su un sapere empirico tramandato oralmente (e in gran parte è ancora così). Infatti io non vedo differenze significative nell’abilità dei viticoltori italiani e francesi. Probabilmente la ricerca e la formazione è un po’ più avanzata in Francia in campo enologico, ma nemmeno questa penso che sia la sostanziale differenza. La distanza di cui tu parli si misura essenzialmente sul piano della differenza di valore dei vini di alta gamma, e la numerosità degli stessi, anche come numero di bottiglie prodotte per cantina. Perché poi se togliamo quelli (che rappresentano comunque una quota minima anche in Francia) e togliamo l’unicità del caso Champagne, il prezzo dei vini comuni tra Italia e Francia cambia poco, e anche sulla qualità ci sarebbe da discutere molto. Quindi la differenza è stata la capacità di valorizzazione di quella categoria. A mio avviso il primo punto che citi, quello della monarchia nazionale di lunga tradizione, è quello fondamentale. Una aristocrazia molto numerosa e una corte con rapporti consolidati tramite le ambasciate con tutti i più importanti mercati di consumo, la vicinanza con la Gran Bretagna (nel caso di Bordeaux anche una vicinanza di tipo politico dinastico) che è sempre stata a sua volta un mercato ricco ed esigente, i rapporti con gli Stati Uniti fin dalla loro indipendenza (con Jefferson e Franklin grandi ambasciatori dei vini francesi e la Francia che sostiene direttamente la guerra di indipendenza e regala la statua della libertà, e come dicono gli Americani “there is no free lunch”).

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Grazie del contributo, Maurizio. Lo condivido nella sostanza, anche se i vari territori francesi hanno avuto storie e dinamiche diverse nel loro divenire (la Borgogna è specularmente opposta a Bordeaux, ad esempio). Ciò premesso, certo, è sui vini di alta gamma che misuro la differenza, e in quell’ambito la distanza è enorme.

  2. Luigi Sandri Rispondi

    Molto interessante e penso colga,in parte,il vero!