Cooperare, consorziare: interessante storia del Sannio

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«L’uva era ammucchiata sulle aie e ai lati delle strade» racconta Pasquale Carlo, responsabile del settore comunicazione del Sannio Consorzio Tutela Vini, mostrando la fotografia scattata nel 1934 che testimonia la rilevanza della produzione vitivinicola della zona, a circa un decennio dall’arrivo della fillossera (1920).

Non sappiamo il nome del viticoltore: indossa un cappello e ha accanto un ragazzo e una bambina, forse i due figli. Il quarto personaggio ha tutta l’aria di essere un commerciante di uve venuto dalla città: indossa la cravatta e nella parte destra della fotografia (qui ridimensionata per esigenze di editing) c’è una Balilla parcheggiata sulla strada. Non vediamo lo stato di conservazione delle uve, ma sappiamo che rimanevano in terra diversi giorni e quindi vendute a basso prezzo, rischiando anche di non riscuotere la somma pattuita con il compratore.

Era questa la realtà del vino sannita alla vigilia del secondo conflitto mondiale. La ripresa fu lenta e difficile e alla fine degli anni Cinquanta, pur con la sempre maggiore presenza di una viticoltura specializzata, il mercato delle uve era ancora quello fotografato alla metà degli anni Trenta.

«Non si poteva più andare avanti così» racconta Domizio Pigna, attuale presidente della cooperativa La Guardiense di Guardia Saframondi, che conta mille soci e 1500 ettari di vigneto, «era il 1960 e trentatré agricoltori presero l’iniziativa». Sei anni dopo, altri venticinque, a Solopaca, fondarono l’omonima Cantina Sociale che oggi conta 600 soci e 1300 ettari di vigne. Nel 1972, a Foglianise, nacque la Cantina del Taburno, ora attiva con 300 soci e 600 ettari. Più recentemente, nel 2005, ha visto la luce Vigne Sannite, cooperativa di 300 soci con 500 ettari di vigneto.

Il “peso” della cooperazione nel sistema vitivinicolo del Sannio è dunque molto forte; ho chiesto al Presidente del Consorzio Libero Rillo (Azienda Fontanavecchia) come funzioni l’equilibrio rappresentativo tra i ”grandi” e i “piccoli” (m’è venuto spontaneo, provenendo da una terra di vino dove la cooperazione è forte).

«Se consideriamo le disposizioni di legge e il peso anche economico in termini di contributi, è evidente che nel sistema 2200 soci delle cooperative (su 2500 soci consortili) sono molti. Ognuno per la propria “quota”, ci siamo seduti attorno a un tavolo e ci siamo chiesti che cosa potevamo fare per il bene del nostro territorio nel suo insieme, senza contrapposizioni. Non è stato tutto facile, ma devo dire che, anche grazie alla lezione di grande civiltà delle cooperative, le decisioni sono state prese sempre per acclamazione, senza una conta dei voti e senza condizionamenti di sorta».

La faccio breve: giù il cappello davanti a un Consorzio e ai singoli vignaioli e produttori del Sannio che sostengono il metodo del dialogo e del confronto, evitando di andare alla conta dei voti.

L’importante decisione di snellire e rendere più chiaro il sistema delle doc territoriali, portandole da sei a due, ad esempio, è stata presa così, per acclamazione.

Oggi, al vertice della piramide produttiva troviamo l’Aglianico del Taburno docg, seguito da Falanghina del Sannio doc, Sannio doc e Benevento (o Beneventano) igp.

Il Sannio Consorzio Tutela Vini (dati 2015) esercita anche le funzioni erga omnes avendo le seguenti percentuali di rappresentatività (dati 2015):
Aglianico del Taburno docg dop = 78%
Sannio dop = 97%
Falanghina del Sannio dop = 83%
Benevento o Beneventano igp = 67%.

Questo post appare nella rubrica Ars Vivendi poiché ritengo che il metodo del dialogo e del confronto civile e il lavorare insieme per il bene comune facciano parte della faticosa – e bellissima – arte di vivere.


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