Considero il Cirò tra i grandi vini d’Italia

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Considero alcuni vini di Cirò tra le bottiglie più affascinanti che si possano trovare oggi in Italia. In realtà lo penso già da qualche anno. Solo che non capivo una cosa, di quei vini. Sbagliando, associavo Cirò al mare e mi domandavo come mai in quelle bottiglie il mare non lo trovassi, se non come una sorta di eco lontana, in sottofondo. Dico che sbagliavo perché Cirò è invece associata alla terra, alla vigna soprattutto. Non al mare, o meglio, meno al mare, anche se c’è un mare di un azzurro che ti toglie il fiato, giù a Cirò Marina.

Quanto meno questa è stata l’impressione che ho avuto in una breve visita che ci ho potuto fare per Rosso Calabria, un’occasione preziosissima per incontrare i vini di quelle terre, organizzata dal Consorzio delle doc Cirò e Melissa. È stato mentre mangiavamo la sardella e le sarde (guarda caso, pesce che si conserva, col sale o col peperoncino, adatto per la vita di campagna, per essere portato in entroterra) e l’insalata di portulaca e poi anche pipi e patate e un capocollo da urlo, è stato allora ripeto che Francesco De Franco – leggasi ‘A Vita – mi ha spiegato, senza volerlo, l’arcano, e l’ha fatto dicendomi che lì la gente quando si trova finisce sempre per parlare di vigne. Di vigne, non di mare, o quanto meno così ho inteso. Se questa è la spiegazione, si tratta di una gran spiegazione, per quei vini, per quel loro essere intimamente terragni, che è quanto di più m’intriga nel berli.

Ecco, badiamo ai verbi. Ho detto berli, non ho detto assaggiarli. Trovo infatti che i vini di Cirò, nelle loro espressioni più felici, sappiano mettere insieme un’assoluta, totale serietà e anche una determinazione ammirevole nel farsi bere. Non sono vini da degustazione, sono vini da bere. Non che non emergano nelle degustazioni. Emergono eccome, ma non è quella la loro missione. La loro missione è quella della convivialità, dell’accompagnare la chiacchiera e la tavola. O almeno così mi sembra che sia, ed è una caratteristica, questa, dei grandi vini, delle grandi denominazioni, dei grandi territori del vino.

Parlo sia del Cirò in versione rossa, sia del Cirò in versione rosata. Non posso parlare dei bianchi della zona, perché non ho avuto gran modo di provarli. E poi la manifestazione si chiamava Rosso Calabria, e dunque era protagonista soprattutto il vino fatto con l’uva rossa. Per i bianchi sarà per un’altra volta. Spero.

Parto dal Cirò rosato. Ebbene, credo che il gaglioppo sia tra le migliori uve da rosato che si trovino in Italia. In assoluto tra le migliori. Tra l’altro, da quelle parti il rosato è il vino della quotidianità, della cucina domestica anche. Insomma, c’è un legame intimo col il rosato, a Cirò. Ho trovato una media di notevole qualità, tra i Cirò in versione rosata. Con una freschezza e un che di sale che fanno salivare la bocca e un bel finale asciutto e delle vene di agrumi.

Il Cirò in versione rossa, e anche e soprattutto nelle tipologie superiore e riserva, ha delle punte di eccellenza estrema. Si avverte l’indole sudista, la mediterraneità delle erbe officinali e ancora l’agrume, che interseca la spezia e il ricordo della terra. Eppure, salvo l’eccezione di chi tra i produttori ancora guarda verso quella moda dell’internazionalità che sta però tramontando, non c’è ricerca di potenza e muscolo, bensì trovo tensione e personalità. Roba da grande vino, insisto. E può crescere ancora, ché ho visto nella zona, tra i vignaioli, la voglia di stare insieme, di confrontarsi, miglior viatico possibile al successo di un territorio del vino. Perché qui la gente quando si trova finisce sempre che parla di vigne.


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1 comment

  1. Nic Marsél Rispondi

    Una volta Francesco De Franco mi ha detto più o meno testualmente : “in Calabria eravamo così arretrati che con l’avvento dei vini naturali ci siamo ritrovati all’avanguardia!” 🙂
    Quelli da Gaglioppo sono i rossi (e i rosati) che oggi bevo (bevo) con maggior piacere. Con tutto il bene che voglio a questa cricca di grandissimi produttori, egoisticamente spero che la loro fama rimanga circoscritta ancora per un po’.