Il colore è il primo segno identitario del rosé

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Ogni tanto qualcuno mi domanda come mai me la prenda così tanto per la questione del colore dei vini rosati. Me la prendo perché la ritengo la questione assolutamente prioritaria per definre l’identità di un rosé in relazione a un determinato vitigno e a un determinato territorio. Col che intendo che l’identità, nel vino di una data zona, è tutto, e per un rosato l’identità incomincia dal colore.

Ad esempio, la corvina veronese del “mio” Garda orientale ha pochissima materia colorante, ergo il “mio” Chiaretto ha da essere chiaro (che poi lo dice la parola stessa). Idem per il groppello che caratterizza il Chiaretto della Valtènesi, sull’opposta riviera del lago. Ma altre uve del centro e del sud hanno patrimonio colorante maggiore, e dunque il rosa ha da essere più carico. Questione di identità, appunto.

Scegliere una tonalità piuttosto che un’altra come punto di riferimento di un territorio comporta poi tutta un’altra serie di scelte in materia agronomica ed enologica. Soprattutto, comporta decidere se con quel tal vigneto di uve rosse si voglia fare un rosé o un vino rosso. Tutte e due le cose non sono possibili, salvo fare delle mezze schifezze rosate. Si tratta di un cambio di orientamento culturale: un rosé non è né un rosso scarico, né un bianco colorato, il che sembra ovvio, ma non è mica facile comprenderlo fino in fondo. Quando lo si comprende, il salto qualitativo viene da sé, inevitabilmente.

Lo dice anche La Revue du Vin de France parlando del colore dei rosé della Provenza. “Negli anni Ottanta e Novanta – scrive -, si presentavano con un colore sostenuto, che tirava al ribes, evolvendo talvolta anche verso toni quasi artificiali. Oggi, l’intensità del colore è molto meno sostenuto. I rosé di fascia alta della denominazione tendono anche verso un rosa molto pallido. Un segno di qualità o di provenienza”. Direi tutte e due le cose: la qualità maggiore è strettamente legata alla raoppresentazione migliore possibile dell’origine, che passa, appunto, attraverso il tono di colore. Altrimenti si va verso colori “quasi artificiali”, che tradiscono l’identità della vigna e del territorio.


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