Clos de Vougeot, il pinot noir negli anni

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Nel corso dell’edizione 2018 dei Grands Jours de Bourgogne sono stato ospite di una degustazione allo Château de Vougeot che ha visto come protagonista uno dei grands crus più celebri e diffusi, ovviamente il Clos de Vougeot.

In Borgogna Clos sta ad indicare un vigneto totalmente o in parte cinto da mura. La sua superficie di 50,59 ettari (di cui poco più di 49 sono effettivamente in produzione) ne fa il grand cru più esteso della Côte de Beaune (in assoluto Corton è il grand cru più ampio).

Anche se ad una prima occhiata il terreno sembra uniforme, in realtà ci sono notevoli differenze tra le tre zone nelle quali (per semplificare) il cru è diviso.

La parte più alta contiene una percentuale molto elevata di calcare, il suolo è molto sottile e la pietra arriva quasi in superficie. Secondo alcune scuole di pensiero, arrivano da qui i vini migliori.

La parte mediana vede un leggero aumento della profondità del suolo, l’argilla si interseca con il calcare, c’è una presenza importante di pietre. Secondo altri degustatori, sono in questa zona i suoli più adatti a produrre grandi vini.

La parte più bassa contiene più argilla insieme a materiale di deposito, e consente un minore drenaggio dell’acqua, con problemi maggiori durante le annate più umide.

Sono 85 i proprietari che si dividono il terreno costituito da 134 parcelle, non tutti però imbottigliano a loro nome. Giusto per complicare la situazione, all’interno del Clos ci sono varie microzone che talvolta vengono vinificate separatamente. Mettete quindi insieme tutte queste variabili e forse comincerete a capire la complessità della Borgogna.

Non è però finito, perché un proprietario può possedere varie parcelle. Il suo vino sarà quindi una sintesi di queste varie porzioni di vigneto, oppure metterà in bottiglia le vigne più vecchie o quelle di una certa sottozona particolarmente vocata. Sono pochissimi però i produttori che rivendicano in etichetta questi lieux-dits all’interno della cinta muraria.

La degustazione voleva fornire una estesa panoramica lungo oltre venti anni, valutandone il potenziale di evoluzione. Partiamo dal più giovane per andare al più vecchio, sono ovviamente tutti Clos de Vougeot Grand Cru

1 – Manuel Olivier 2008
Vino quasi pronto, bel naso di spezie dolci. Sfodera una discreta lunghezza, rimane l’impressione di una certa nota vegetale in finale, accanto a sentori affumicati. Tannino solido, da attendere sotto questo aspetto. (86/100)

2- Domaine Jacques Prieur 2007
Un colore più intenso, frutto nitido di lamponi e ciliegie sotto spirito. Poi anche fiori. La maggiore densità si conferma anche al palato, alcolico e potente. Anche qui una nota vegetale, però più matura e nobile. (90/100)

3 – Domaine Capitain-Gagnerot 2006
Evoluto e terziario. Estremamente tannico, troppo legno, un vino che non mi fa venire voglia di berlo. (78/100)

4 – Domaine Gros Frère et Soeur 2006
Ecco una etichetta che rivendica la sottozona Musigny. Naso medicinale, evidente la ricerca della concentrazione e di estrazione della materia. Frutta nera, bocca amara per un uso del legno fuori luogo. Un vino che sembra rovenire da un’epoca fortunatamente superata (non da tutti evidentemente), nella quale si guardava più alla critica americana che al terroir. (80/100)

5 – Domaine R. Dubois et Fils 2005
Un vino che si divide tra una parte vegetale e una parte legnosa derivata da un uso spropositato del legno. (77/100)

6 – Albert Bichot 2005
Strana sensazione olfattiva di caramella alla violetta e liquirizia. Una leggera ossidazione conduce ad un palato più ricco di frutto, anche se ancora una volta l’uso disinvolto del legno non ha giovato all’espressione del liquido. Almeno qui rimane una certa dose di frutto. (84/100)

7 – Jean Luc et Paul Aegerter 2005
Si comincia a percepire una certa evoluzione olfattiva. Spezie dolci, rosa. Non una grande materia, il tutto resta parecchio fine, non si è cercato si spingere sulla concentrazione. Tannini maturi e sfumatura vegetale a fine bocca. Ancora giovane ma già piacevole adesso. (92/100)

8 – Domaine Michel Gros 2005
Carne affumicata. Anche qualche nota di brett. La bocca scorre senza troppo incidere, meglio il finale, nel quale il vino sembra riprendersi con uno scatto inatteso. Un comportamento da montagne russe, forse serve qualche altro anno di cantina. (89/100)

9 – Bouchard Père et Fils 2005
Naso caratterizzato da una intrigante nota aromatica di arancio e bergamotto. Poi fiori e vene piccanti, un insieme per nulla banale. Al palato si ritrova una architettura solida, compatta e dinamica al tempo stesso. Un vino ricco, maturo e con una carica tannica di qualità. (93/100)

10 – Domaine Sylvain Loichet 2005 (magnum)
Pur non essendo tra i più complessi ha una spiccata florealità che lo rende da subito gradevole. Resta godibile al palato, sicuramente una visione moderna e “facile”, che lo rende uno dei più bevibili tra tutti, grazie anche ad un uso intelligente del legno. (88/100)

11 – Gérard Raphet 2004 (magnum)
Anno difficile interpretato in modo magistrale. Pur se vegetale mantiene una grande dignità e cresce nel bicchiere. Un Clos non prigionero della barrique, esprime tutte le sottigliezze del terroir e ha uno dei palati più dinamici e “veri” di tutta la batteria. Il vigneron e il terroir hanno saputo rivelare quanto di meglio poteva dare il 2004. (94/100)

12 – Méo Camuzet 2003
Ancora una visione moderna del Clos. Si sente la macerazione a freddo, e compare un po’ di volatile. A metà palato il tannino si fa parecchio rigido e esce un legno che poteva rimanere più discreto. Peccato perché c’è anche un bel bouquet floreale, e la liquirizia nel finale si combina con un frutto maturo e pulito. (90/100)

13 – Château de La Tour 2003
Naso caldo, alcolico che vira verso il medicinale. Si è cercato di assecondare la maturità del millesimo. Fin da subito la massa tannica si fa aggressiva, la seconda parte di palato non riesce a risolvere il dilemma, anche perché il frutto non ha l’equilibrio necessario. Il finale è duro e asciutto. (83/100)

14 – Anne Gros 2003
Più equilibrio rispetto al precedente, anche se rimane la sensazione di una annata difficile. Caldo e maturo, violetta e rosa accanto a note di torrefazione derivate dal legno di affinamento. Se il naso conserva una certa eleganza, il palato si rivela invece più massiccio e tannico, anche se il finale ha un piccolo sussulto. Credo che in questo caso il tempo potrebbe fare del bene, materia e acidità non mancano. Anche qui un po’ meno di estrazione e legno non avrebbero guastato. (90/100)

15 – Daniel Rion 2002
Un milllesimo più classico che non ha necessitato di equilibrismi. Al naso non ci si può sbagliare, siamo in Borgogna. Finezza ed eleganza, frutto acidulo e mineralità, fiori. Palato magnifico, tutto è al suo posto, ancora giovanissimo ma berlo ora non è un delitto. (95/100)

16 – Domaine Confuron-Cotetidot 1996
Vino a parte per il naso spettacolare di fiori e vegetale nobile, probabilmente frutto di uve non diraspate. Grande concentrazione, complesso e cangiante, ogni volta che si mette il naso nel bicchiere si trova qualcosa di nuovo. La bocca esplora le sfumature del vegetale arrivando a sfiorare l’amaro. Si segnala per la sua assenza il legno. Uno dei vini più giovani e quello con il maggiore potenziale. (97/100)

17 – Domaine Armelle et Bernard Rion 1991
Annata particolarmente complicata, e lo si capisce dal naso, in fase calante e poco gradevole. La sorpresa arriva dalla bocca, dolce e fruttata, evoluta ed eterea, sembra un vino di oltre cinquanta anni di vita. (84/100)

18 – Jean Grivot 1990
Forti aromi floreali e di tè nero. Fresco e complesso, sembra molto più giovane della sua età. Il vino più minerale della serie, note di ferro, di tuberi e di vegetale. Si sente la terra umida. Può andare avanti ancora per parecchio tempo. (90/100)

19 – Joseph Drouhin 1989
Erbe in infusione, radici e spezie, un liquido più facile e meno ricco di sfumature. Tannino che esce al palato e che impatta il finale. (90/100)


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