Cimone, la piccola Epernay del Trentino

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Alcuni amici (vignaioli, enologi, giornalisti) di Gino Veronelli, poeta del vino, della terra e del cibo, ambasciatore ante litteram del made in Italy prima, molto prima di Slow Food, del Gambero Rosso e di Oscar Farinetti (Eataly), si sono riuniti a Cimone, un piccolo borgo abbarbicato sui pendii sud-orientali del Monte Bondone (ad un tiro di schioppo da Trento), per rendere omaggio con una targa-ricordo al Maestro che 40 anni aveva avuto una felice intuizione per il futuro delle bollicine trentine.

Facciamo un passo indietro. Siamo sul finire degli anni Settanta. Veronelli era solito trascorrere un breve periodo di vacanza a Levico Terme ed in una di queste occasioni, di ritorno dal lago di Cei, all’altezza di Cimone, osservò alcuni terrazzamenti (abbandonati e ridotti a degli sgrebeni» come sui usa dire in Trentino) e rivolto al prof. Francesco Spagnolli, preside emerito dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, esclamò: «Francesco, rimboccati le maniche perchè questi luoghi potrebbero diventare la Champagne d’Italia».

Il suggerimento del Vate del giornalismo enogastronomico italiano accese in Francesco e nel figlio Alvise la lampadina per portare avanti con entusiasmo il progetto. Ed oggi, dopo una serie di sperimentazioni volte ad appurare l’effettiva vocazionalità spumantistica di quegli «sgrebeni», il sogno è diventato realtà. Sui pendii del Bondone Francesco e Alvise hanno messo a dimora le classiche barbatelle della Champagne (Chardonnay, Pinot Noir e Meunier), hanno creato una cantina-gioiello e una baita tra i vigneti frequentatissima dai wine lover che brindano con le bollicine eroiche del Monte Bondone. Bollicine che anche la Francia di invidia. Al punto che Cimone è già stata ribattezzata la piccola «Epernay del Trentino». Con la benedizione di Arturo Rota, custode della memoria e dell’archivio Veronelli, che è intervenuto alla cerimonia ricordando l’opera e la figura del grande giornalista bergamasco che 13 anni fa, in una fredda giornata di novembre, lasciava questa terra.

«La vita è troppo corta per bere vini cattivi»

Recentemente la casa editrice Giunti ha ristampato il volume «Luigi Veronelli. La vita è troppo corta per bere vini cattivi». Non è una biografia, piuttosto un affresco sull’uomo Veronelli. Un giornalista? Sì, ma è riduttivo. Uno scrittore? Sicuramente. Uno che si è occupato di vini e di cibi? Certo, ma al tempo stesso cantore dell’amore, dell’amicizia, dell’eros, della libertà, della bellezza. Un rivoluzionario? Come negarlo visto che ha cambiato il mondo dell’enogastronomia. Un politico? No. Lui, anarchico, aborriva i politici. Un filosofo? Sì, ma non saccente, né cattedratico. Filosofo illuminato e rivoluzionario, anarchico coraggioso e irriverente. Eretico enoico come lui stesso amava definirsi (non enologo, cioè tecnico di cantina, come taluni semplicisticamente, ed erroneamente, lo definivano).

Citazioni e aneddoti (molti inediti) si intrecciano in questo volume ricco di riflessioni e di cronache, seguendo il filo conduttore di una vita spesa a raccogliere le istanze dell’universo contadino e a vivere ogni attimo con pienezza e senso di responsabilità. Un libro-puzzle, a frammenti, rigorosamente in ordine alfabetico (l’unica regola mai infranta da Veronelli: esiste l’alfabeto, è così semplice, così chiaro, così condiviso) e ricomponibili attraverso il suo rapporto speciale con il vino, la lettura, la scrittura, l’editoria, la musica, le arti, la filosofia. Libri, interventi, poesie, anagrammi, trasmissioni tv (con Mario Soldati, Gianni Brera e Ave Ninchi). Tutto questo è racchiuso in quest’opera monumentale.

A Gian Arturo Rota e Nichi Stefi, accomunati dagli stessi ideali, va il merito di averci trasmesso un ritratto del Veronelli reale, egocentrico e generoso, puntiglioso e permissivo, istintivo e razionale. In una parola schietto come i vini che amava.

Il vino italiano deve gran parte del proprio successo nel mondo alle sue intuizioni e alla rivoluzione culturale ed enologica di cui è stato lungimirante alfiere e tenace promotore. Gli effetti delle sue battaglie oggi sono ancora visibili a distanza di decenni. La teoria dei cru, l’elevazione in barrique «solo» dei grandi vini, la limitazione delle rese per ettaro, il recupero dei vitigni autoctoni, la vinificazione in loco, la classificazione dei vini con puntuali esami organolettici, la distillazione con alambicco discontinuo e secondo «monovitigno», le crociate sull’olio e sulle denominazioni comunali sono solo alcune delle guerre (con relative vittorie) condotte in cinquant’anni di attività. Portò in tribunale anche la Coca Cola perchè in etichetta non specificava gli ingredienti della bevanda.

Amava esorcizzare la morte con i suoi vini da meditazione

Dentro ogni bottiglia di vino – amava ripetere – dentro ogni prodotto tipico, nel lavoro di chi coltiva la terra e ne trasforma i prodotti, c’è una storia, c’è un territorio, ci sono paesaggi rurali, ma soprattutto ci sono uomini e comunità, con i loro saperi, le loro culture e loro identità. «Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale» amava ripetere quando assaggiava certi vini blasonatissimi, ma privi d’anima. Vini che descriveva con un linguaggio che è ormai entrato nella storia della critica enologica: vino di pronta beva, vino dialettico, vino dal nerbo viperino, vino opulento, vino da meditazione (riferito ai grandi vini passiti). Per esorcizzare la morte teneva sul comodino un Picolit (grande vino da meditazione) della leggendaria contessa friulana Giuseppina Perusini Antonini, proprietaria di Rocca Bernarda, morta all’età di 101 anni e un Porto Quinta de Resurressi del 1926 (sua data di nascita) che gli ricordava una notte d’amore con una splendida signora portoghese. Alla fine si è consolato con una bottiglia di «Scaccomatto» (Albana Passito della Fattoria Zerbina di Faenza). Siamo sicuri che se la sarà goduta a piccoli sorsi nell’ora del trapasso. In alto i calici, Gino.

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