Che buono il Graminé, e fate voi se è rosa o grigio

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Ai francesi non c’è proprio bisogno di insegnare niente in fatto di creatività nella terminologia vinicola. Prendiamo il mondo dei vini rosa. In genere quelli che fanno loro sono noti come rosé, e infatti il rosé francese – il provenzale in primis ma non solo – spopola nel mondo. Ma su certe bottiglie transalpine, che lasciano trasparire un vino dell’inconfondibile, chiaro, brillante colore rosa, ci vedete scritto “vin gris”, vino grigio. Che è poi un’altra maniera di dire rosé, e una volta la si usava per i vini rosa più chiari di tonalità.

Pensavo a questa faccenda quando, qualche settimana fa, mi godevo un calice del Graminé. Un vino trentino che viene dal pinot grigio vinificato “in rosa”. Un “ramato” lo definirebbe il nostalgico delle nomenclature italiche. Un “blush” lo chiamerebbero gli americani, che definiscono così il Pinot Grigio che “rosateggia”. Un “rosato” per via della livrea che è buccia di cipolla.

Ecco, se avessimo avuto più coraggio e magari anche maggior confidenza con il mondo “rosa” del vino, anche noi in Italia avremmo potuto creare la categoria del “vin gris”, come i francesi. Soprattutto considerato il fatto che noi tradizionalmente un po’ di Pinot Grigio “in grigio” l’abbiamo sempre prodotto. Sempre. E che il pinot grigio è una varietà che si chiama così perché è, appunto, un “vitigno a uva grigia”, definizione che trovo sull’Enciclopedia del Vino edita da Boroli. Anche se dà soprattutto – quasi solo ormai – vini bianchi.

Vabbé, son tutte elucubrazioni mie. Resta il fatto che, pur non sapendo perfettamente se ascrivere o meno questa bottiglia sotto la casistica del “vino rosa” (a motivo della sua “anomalia” e specificità), il Graminé è davvero un gran bel vino. Che non mi ha mai tradito negli anni, anche se per mia grave colpa non lo bevevo da troppo tempo.

Lo fa, da parecchio tempo ormai (dal 1980, per essere esatti), Longariva, l’azienda agricola di Marco e Rosanna Manica, persone squisite e riservate, che propongono vini dalla forte impronta territoriale, e il territorio è quello della Vallagarina, in Trentino appunto, intorno a Rovereto (la cantina è a Borgo Sacco, oggi un quartiere roveretano, un tempo comune autonomo, in riva all’Adige). Proviene, come detto, dall’uva del pinot grigio, che loro preferiscono chiamare, alla tedesca, Ruländer.

Ha freschezza, tensione, dinamica persistenza, splendido finale sottilmente tannico. Un tripudio di fiori e di fruttini, succosissimi. Insieme, la gioiosità della beva e una tempra di consistente serietà. Io ho bevuto, ora, il 2017, che è in forma smagliante. Se non lo conoscete, non fatevelo scappare.

Vigneti delle Dolomiti Graminé 2017 Longariva
(92/100)

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