Il Cepparello e i rossi del ’97 che sembravano miracoli

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Quando uscirono i rossi italiani dell’annata calda del 1997 si gridò al miracolo. Erano vini che sfoggiavano una maturità di frutto impressionate e una struttura “da nuovo mondo”, e non a caso la critica internazionale li benedisse. Insomma, “annata del secolo” fu la definizione (che poi si ripeté altre volte, trita e ritrita).

Caddi anch’io, allora, nell’infatuazione collettiva per quei rossi che sembravano non avere paragoni nella storia vinicola di casa nostra e che parevano aprire prospettive di straordinaria “modernità” al panorama produttivo italiano, salvo accorgermi assai presto che i vini di vendemmie più fresche, come ad esempio quella precedente, quella del 1996, mostravano una marcia in più. Il tempo è stato poi spesso inclemente coi super rossi del ’97, che hanno dato il meglio di sé da giovani e raramente hanno retto l’invecchiamento in maniera adeguata alla fama che ebbero all’uscita, andandosi ad appiattirsi progressivamente e con troppa velocità.

Tra i capifila dei rossi italiani del ’97 che fecero spellare le mani dagli applausi ci fu il Cepparello di Isole e Olena, che non a caso gli americani di Wine Spectator piazzarono al terzo posto della loro top 100 del 1999, subito dopo due californiani, il mastodontico Opus One, secondo, e il Cinq Cépages di Chateau St. Jean. A differenza dei due americani, che sono tagli bordolesi a netta prevalenza di cabernet sauvignon, il Cepparello era ed è fatto col sangiovese, ma la descrizione di Wine Spectator ne indica l’indole da Supertuscan, “full-bodied, with chewy tannins and lots of berry, cut wood and dark chocolate”. Insomma, aveva in sé tutto quel che serviva per piacere all’allora dominante critica di stampo statunitense.

Ne misi da parte una bottiglia, pensando di aprirla in là negli anni. Ora è arrivato il momento della stappatura e nel calice chi era con me ha avuto un buon vino, con un frutto rosso ben presente, ma un po’ monocorde, privo di vera tensione, che purtroppo è un po’ il segno distintivo, oggi, di tanti dei “miracolosi” rossi di quell’annata. C’è voluta una mezza giornata perché si aprisse verso le tracce floreali che hanno poi arricchito e ingentilito il frutto.

Insomma, si beve bene, certo, il Cepparello del ’97, ed ha anche una certa finezza dopo adeguata ossigenazione, ma non credo che stapperò nuovamente questo e tanti altri rossi di quella vendemmia. Che fece un solo, e comunque importante miracolo, quello di aprire le porte del mercato americano alla produzione italiana, e non è poco, proprio non è poco.

Toscana Cepparello 1997 Isole e Olena
(85/100)

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