C’è troppo vino a Nord Est, stop ai nuovi vigneti

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A Nord Est c’è troppo vino dopo la iper produttiva vendemmia 2018. Così una dopo l’altra, ecco che le denominazioni di origine che negli ultimi anni avevano raccolto successi a piene mani bloccano la possibilità di impiantare nuovi vigneti. Per “gestire il mercato”. Perché altrimenti, al crescere continuo dell’offerta in una situazione di mercato che non presenta grandi spinte allo sviluppo della domanda, i prezzi crollano.

Nelle ultime settimane, l’ha fatto la Valpolicella dell’Amarone, l’ha fatto il Lugana e adesso lo fa anche il Pinot Grigio delle Venezie.

La mega doc pinotgrigista trivenetica è nata solo da tre anni ma è già capace – come dice un comunicato del suo Consorzio di tutela – di presentarsi “alla sua terza vendemmia con un potenziale produttivo di circa 1,6 milioni di ettolitri”, che equivalgono a qualcosa come 210 milioni di bottiglie. Ebbene, adesso il Consorzio del Pinot Grigio delle Venezie comunica che dal primo di agosto del 2019 e fine al 31 luglio 2022 viene sospesa la possibilità di iscrivere allo schedario viticolo nuove superfici vitate a pinot grigio piantate o innestate a partire dal primo agosto 2019 con l’obiettivo di rivendicarne le uve nella doc delle Venezie. E comunque, l’area della doc oggi conta una superficie vitata di 26 mila ettari, destinata ad arrivare a 30 mila ettari considerando i vigneti già impiantati e prossimi ad entrare in produzione, che sono ovviamente esclusi dal blocco. In particolare, negli ultimi cinqie anni le superfici nordestine del vitigno sono aumentate del 60% e al 31 luglio 2018 risultavano coltivati a pinot grigio destinato alla doc delle Venezie 2.800 ettari in Trentino, 7.816 ettari in Friuli Venezia Giulia e 15.194 ettari nel Veneto, per un totale di 25.810 ettari totali. Tanti.

Ci si potrebbe chiedere come mai a Nord Est si sia permesso di piantare così tanto, e mica solo per il Pinot Grigio delle Venezie o per le altre denominazioni che hanno bloccato le nuove rivendicazioni. Ma è una domanda retorica, perché vedo una sola risposta, e non è quella che molti magari si aspettano, ossia la fame di schèi, di soldi. La risposta è che la vigna è tra le pochissime coltivazioni – forse l’unica – che consentono di portare a casa del reddito a chi coltiva la terra, e di viverci. Con troppe altre coltivazioni, invece, non si riesce neppure a pagare le spese. Dunque, finché la barca andava a gonfie vele si mettevano giù vigneti. È arrivato il momento di fermarsi. Almeno per un triennio.


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2 comments

  1. Fabio Rispondi

    Anziché porsi dei limiti di superfici vitate farebbero meglio ad aumentare i controlli e fermare i flussi di mosti e vini del sud Italia che vengono usati per ingrassare questa denominazione doc

    1. Angelo Peretti

      Angelo Peretti Rispondi

      Affermazione molto pesante, la sua, che non condivido nella maniera più assoluta, né nella forma, né nel contenuto. I controlli ci sono e funzionano, come dimostrano varie azioni sanzionatorie intervenute. Se ha prove di anomalie, si rivolga all’ICQRF, alla Repressione Frodi. Ritengo invece totalmente inaccettabile ogni insinuazione, come quella che ha qui avanzato.