C’è speranza se questo accade a Cerealto

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Scelgo un sabato autunnale ancora assolato per salire verso Cerealto, un borgo di duecento abitanti a ovest di Valdagno.  M’inerpico tra boschi di castagni e case sparse, fino ad arrivare a circa 700 metri di altitudine, dove si apre una conca collinare verdissima e piena di luce.  Mi ha invitato qui l’amico agronomo Andrea Fasolo, per farmi conoscere un progetto che segue da qualche tempo.
Il panorama merita il viaggio: si possono scorgere l’estrema propaggine dei Monti Lessini con Cima Marana, il Monte Pasubio e più sotto la Valle dell’Agno. Laggiù, all’orizzonte, la foschia nasconde la pianura e la laguna di Venezia. La pace è assoluta.
«In queste terre di montagna» racconta Andrea «l’agricoltura familiare e di sussistenza, con l’allevamento di vacche da latte e coltivazioni cerealicole, è stata progressivamente abbandonata: il richiamo dell’occupazione nell’industria ha spinto a valle le generazioni più giovani e, negli ultimi vent’anni, quasi un terzo dei terreni un tempo coltivati è stato interamente “ripreso” dal bosco».
Cerealto è una comunità vivace: nella piazza accanto alla chiesa si tiene ogni anno una sagra estiva frequentatissima, c’è un’antica ghiacciaia restaurata e si vedono case rimesse a nuovo. Un segnale ancora più interessante arriva dal progetto che Massimo Reniero, assieme ad alcuni amici, ha intrapreso da qualche tempo.
Sette giovani, legati a questo luogo dalle storie familiari, si sono interrogati per tutto un inverno sul come restituire alle loro terre una vocazione agricola e nuove opportunità di lavoro e sviluppo. Hanno scelto di farlo attraverso la viticoltura.
Nella primavera del 2015, nasce la società agricola Terre di Cerealto.
I sette soci lavorano in altri settori e  quindi decidono di dedicare tutto il loro tempo libero al progetto, supportati anche dal prezioso aiuto agronomico di Andrea Fasolo. «Siamo in un’area non compresa in denominazioni di origine e quindi, in totale libertà, abbiamo scelto di puntare su alcune varietà resistenti a bacca bianca, già autorizzate dalla Regione Veneto» spiega Andrea, mentre mi accompagna nei vigneti.  Sono quattro gli appezzamenti dove i filari delle varietà Bronner e Johanniter sono stati posti in posizioni e ad altitudini diverse, per un totale di 1,25 ettari.  C’è già l’intenzione di aumentare la superficie dei vigneti con il tempo, a produzione avviata.
Per ora si conducono sperimentazioni: dai primi grappoli raccolti a fine estate sono state ottenute alcune micro vinificazioni. Ho assaggiato alcune prove di vasca e posso dire che i presupposti sono ottimi.  I soci pensano a un vino bianco frizzante sui lieviti e possono contare sull’esperienza tecnica ed enologica di Maurizio Donadi di Casa Belfi: una sicurezza.
La coltivazione di varietà resistenti, il fatto che Cerealto sia posta in un anfiteatro protetto dai boschi, sono i presupposti per una viticoltura che rispetti la biodiversità e sia a impatto zero; potremmo definirla biologica dalle origini.
In ogni vigneto si nota un’estrema cura: Massimo Reniero, assieme ad alcuni soci, sta preparando le semine per il sovescio e racconta: «Abbiamo scelto la vite come simbolo di rinascita agricola e abbiamo voluto mettere in campo tutte le risorse disponibili per ottenere un prodotto senza chimica, che sia sano, sia per i consumatori, sia per questo territorio».
M’è un parso proprio bel progetto colturale e culturale. Ringrazio Andrea, Massimo e i loro amici per avermi invitata a Cerealto. Lo considero un privilegio.
Al centro del borgo c’è la vecchia scuola con le finestre azzurre, affacciata sulla valle e illuminata dal sole. Mentre scendo verso Valdagno, ricordo una delle prime esperienze come insegnante elementare: ero giovanissima e mi affidarono una pluriclasse di montagna, sotto Cima Marana, nell’alta Valle del Chiampo. Era il tempo bellissimo della “ cooperazione educativa” che metteva il bambino e la sua esperienza al centro di una rinnovata pedagogia. Leggevo, allora, il racconto del maestro Mario Lodi: “C’è speranza se questo accade al Vo’” (di Piadena).
Mi piace salutare questi giovani coraggiosi che credono nelle possibilità di una nuova e più sana agricoltura nelle loro terre, dicendo loro: “C’è speranza se questo accade a Cerealto”. Anche questa è una storia fatta di conoscenza, passione, rispetto.


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1 comment

  1. graziano Rispondi

    Shumei. ? ?