C’è sfuso e sfuso

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A volte mi rendo conto che la distanza fra chi scrive di vino e chi poi legge è – come dire – siderale. Nel senso che gli addetti ai lavori, me compreso, tendono a dare per scontato ciò che per il comune bevitore scontato non è, con il rischio di fraintendimenti.

Ci pensavo ad esempio leggendo un bell’intervento di Daniele Cernilli, sul suo Doctor Wine, dal titolo “Il prezzo del vino sfuso”, nel quale si commentavano i dati forniti da Ismea relativamente ad alcune tra le maggiori denominazioni di origine italiane.

Ebbene, in uno dei commenti a una delle varie condivisioni dell’articolo su Facebook, un lettore diceva che non tutto lo sfuso è uguale e che ad esempio il vino venduto in damigiana da parte di un certo celebre produttore non sarà come quello imbottigliato, ma è certamente buono, e che anzi quel tal vino sfuso aveva un prezzo molto più alto di quello indicato nel pezzo di Cernilli per i vini della denominazione di cui quel dato produttore è simbolo.

Ecco, l’incomprensione sta qui.

Quando nel mondo del vino si parla di prezzo del vino sfuso, non ci si riferisce alla damigiana. La damigiana non c’entra.

Per gli addetti ai lavori il prezzo dello sfuso è quello che riguarda le transazioni di vino all’ingrosso. Le vendite, insomma, di intere cisterne da centinaia o migliaia di ettolitri. Questo è lo sfuso, e quando si parla di prezzo dello sfuso a questo ci si riferisce. Ma capisco che le dimensioni di queste vendite all’ingrosso siano inimmaginabili per il comune consumatore, che poi invece è spesso il vero destinatario di questo vino prima commercializzato in grandi masse e poi assemblato e imbottigliato da svariati marchi vinicoli, magari a volte anche piuttosto blasonati.

Ecco, allora più che di vino sfuso, dovremmo parlare di vino all’ingrosso. Che è poi la quota più rilevante dell’economia vinicola italiana.

La damigiana, alla fin fine, è “banale” vendita al dettaglio. Banale perché non incide per nulla sulla quotazione dei vini di un dato territorio.


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