Carlo Boscaini e l’Amarone che finisci la bottiglia

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Ogni tanto la domanda me la fanno: “Se volessi assaggiare un Amarone tradizionale, da chi dovrei andare?” Rispondo: da Carlo Boscaini, senza dubbio. “Mi piace la bevibilità, non la struttura” mi ha detto quando mi sono fermato a far due chiacchiere con lui all’Anteprima dell’Amarone, e quella che ho riportato è un’affermazione impegnativa. Perché suona sfidante parlare di bevibilità per un vino come l’Amarone che ha indubbiamente qualche imponenza alcolica, e perché anche l’Amarone che piace sui mercati internazionali ha giardato e ancora in ampia misura guarda proprio alla struttura. Ma lui, Carlo, insiste: “Il bello è quando ci si trova tra amici, si apre la bottiglia e a un certo punto si dice orco can l’è finia. L’è lì el scopo de la botiglia”. Già, il fine di una bottiglia di vino dovrebbe essere quello di farsi bere. Ma ce lo siamo spesso dimenticati.
Ordunque, ho bevuto con Carlo un po’ del suo Amarone S. Giorgio 2012. Già, bevuto, mica assaggiato o degustato. Perché son d’accordo con lui, i suoi vini son fatti per berli. Sono quei vini che mi vien voglia di aprire in certe con le prime nebbie dell’autinno, nelle giornate brumose d’inverno, davanti al camino acceso, oppure a cena, con la selvaggina o almeno un brasato, un arrosto.
Alloro, erbe officinali, spezie, il frutto macerato, il dattero, i fiori appassiti, il tamarindo, le olive in salamoia, la ruggine, il sale. La complesità dell’Amarone d’antan.
L’azienda ha 14 ettari in tutto, in prevalenza nella valle della Sengia, ai piedi di San Giorgio Ingannapotron, che è uno dei più dei borghi della Valpolicella. Zona classica, comune di Sant’Ambrogio di Valpolicella.
Amarone della Valpolicella Classico S. Giorgio 2012 Carlo Boscaini
(88/100)


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