Calvarino 2015, quintessenza della classe di Pieropan

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Credo siano stati in molti a ricordare Leonildo Pieropan bevendo uno dei suoi vini. L’ho fatto anch’io, il sabato prima del Vinitaly. Ero a pranzo a Verona, alla Locanda 4 Cuochi, insieme con un amico e collega danese, Ole Udsen, e abbiamo deciso di ricordare Nino prendendo il suo Calvarino del 2015.

Ecco, non credo c’entri l’emozione del momento se quel vino l’abbiamo trovato grandissimo. Una delle migliori espressioni di sempre del Calvarino, ci è venuto da dire. Forse la quintessenza della lezione di Nino Pieropan. Una specie di testamento enologico, a vederlo oggi che lui se n’è andato.

Pulitissimo, terso, nitido, cesellato come una pietra preziosa che riflette luce a ogni angolazione. Verticale, affilato, lunghissimo, eppure col frutto onnipresente, e il fiore, e insomma la rappresentazione del vino bianco di razza. La conferma di come il Calvarino sia stato e sia uno dei fari della produzione bianchista italiana, forse il faro assoluto, nel tempo.

Ho sempre detto che se dovessi scegliere tre soli vini in Italia per sfidare la grandeur francese, uno dei tre sarebbe di certo il Soave Classico Calvarino di Pieropana. In testa ho sempre avuto lo spettacolare 1993. Direi che questo 2015 gli è pari, se non superiore.

Per questa volta il rating centesimale non lo attribuisco come faccio solitamente, perché dovrebbe essere un 100/100 e questo sì sarebbe condizionato dall’emozione. Però siamo là, attorno alla perfezione.

Soave Classico Calvarino 2015 Pieropan

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