Anche il vino può essere unplugged (per fortuna)

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Non so come la pensiate voi, ma il mio album “unplugged” preferito è quello che fissa l’esibizione dei Nirvana a Mtv. S’intitola “Mtv Unplugged in New York” e basterebbe la cover di “The Man Who Sold The World” per renderlo un capolavoro.

Le versioni unplugged, in acustico, a volte sorprendono per come riescano a essere scarne, essenziali. Un po’ l’obiettivo che credo abbia animato Stevie Kim e Ian D’Agata quando si sono messi in testa di scrivere e pubblicare un libro dal titolo “Italian Wine Unplugged Grape by Grape”. Perché spiegare in giro per il mondo in maniera semplice la complessità del vino italiano è, credetemi, un’impresa titanica (lo è anche spiegarlo agli italiani, che oltretutto pensano di sapere tutto del vino perché hanno un cugino, un cognato, un collega, un amico che possiede quattro filari di vigna e ci tira fuori una damigiana), e dunque serviva un supporto schematico, consultabile rapidamente. Anche se poi è uscito un volumone che pesa un accidenti.

Il fatto è che me li vedo Stevie e Ian quando, magari nel loro ruolo gli ambasciatori di Vinitaly International, si trovano davanti un pubblico di americani, di giapponesi, di scandinavi o di canadesi e gli devono spiegare che c’è il Prosecco doc e il Prosecco docg o anche che c’è il Chianti e c’è il Chianti Classico e magari che nel Chianti Classico ci sono la Riserva e la Gran Selezione. Oppure come fai a parlare del Lambrusco, che ce n’è di un sacco di tipi? Roba da far venire un cerchio alla testa peggio d’una zaffata di solforosa da un vino appena imbottigliato.

Poi, ci si mette che qui da noi in Italia abbiamo la fortuna e la complessità, insieme, di disporre di un numero quasi sterminato di varietà di vigna autoctona, e dunque vaglielo a far capire ai forestieri che esistono la corvina e il corvinone, e che per fare l’Amarone le usi quasi sempre tutte e due, ma che comunque devi adoperare anche la rondinella, ma alcuni preferiscono aggiungerci anche l’oseleta e qualcun altro insiste nell’impiegare un po’ di molinara, e insomma non è più finita.

Okay, complicazioni su complicazioni. “Se capire il vino sembra difficile, allora capire il vino italiano sembra quasi impossibile”, scrive Monty Waldin nella prefazione. Dunque questo libro “attempts to map this hard-to-chart territory in a user-friendly way”, insomma, ci prova a mappare questa nostra terra italiana così difficile da schematizzare e a farlo in una maniera possibilmente semplice da capire per chi utilizzi il volume.

Se ci riesce? Direi di sì, direi proprio di sì, e se fossi uno forestiero che volesse tentare di diventare un “wine maestro”, be’, me lo studierei per bene. Ma a studiarselo per bene dovrebbero essere anche quegli italiani che vogliano cimentarsi nella difficile impresa di spiegare il vino italiano nei vari continenti, magari per provare a venderlo, il vino. Insomma, un supporto notevole per gli export manager e i vignaioli giramondo. Ah, perché il libro, oltretutto, è in inglese, per cui risolve un sacco di problemi di comprensione a livello internazionale.

Poi, va detto che è anche un lavoro collettivo, questo libro, e non solo di Stevie Kim e di Ian D’Agata, ma anche di Geralyn Brostrom, Lingzi He, Michaela Morris, Michele Longo e JC Viens. Dimentico nessuno, spero.

Aggiungo che ci trovate le descrizioni utilissime dei vitigni autoctoni italiani, quelli più usati e quelli più rari, e l’indicazione dei vini più significativi che ci si traggono, e le mappe logiche dei caratteri dei vitigni e dei vini, e i connotati delle singole regioni, perfino una sintesi della storia vitivinicola italica.

Non so quanto ci abbia lavorato a questa cosa lo staff di Stevie e di Ian, credo parecchio, e c’era di che perderci la bussola. L’impresa però è riuscita. Il libro è da tenere sulla scrivania, adesso, da parte di chiunque abbia a che fare col vino italiano.

Costa 20 euro, che è un modestissimo investimento. Lo trovate su Amazon. Se volete saperne di più c’è il sito italianwineunplugged.com.

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