Anche in Belgio si chiede trasparenza sui tappi

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L’avevo scritto all’inizio di febbraio e ora mi fa piacere constatare che uno stimato giornalista del vino come il francese Hervé Lalau, che lavora nel Belgio, riprende lo stesso tema. Che è questo: produttori, diteci che tappo usate. Nel senso che la chiusura col tappo a vite è “trasparante”, dato che si vede (anche il tappo a corona e quello in vetro si vedono, ma sono davvero minoranza). Ma il resto, sotto la capsula di plastica o di metallo, è “segreto” e che tipo di tappo sia, di sughero, truciolare, sintetico, lo scopri solo al momento dell’apertura, e non è giusto, perché l’effetto che ne deriva per il vino è radicalmente diverso.

Lalau affronta questo tema all’interno di un pezzo del blog collettivo “Les 5 du Vin” titolato “La capsule à vis progresse doucement en Belgique“, nel quale lamenta il fatto che sugli scaffali del Belgio siano ancora troppo pochi i vini chiusi col tappo a vite.

“Certamente – scrive – la stragrande maggioranza dei vini continua a essere presentata sotto il tappo raso – di sughero, ma anche di plastica -, senza che sia possibile per il consumatore sapere in anticipo quale sia, dato che il tappo è mascherato dalla capsula”.

La battaglia, dunque, secondo Lalau va condotta nel nome della trasparenza. Che è la stessa argomentazione che ho rappresentato anch’io. “Si sa che sto facendo una campagna per il tappo a vite – dice -, se non altro nel nome della ‘trasparenza’ della chiusura; non ammetto, infatti, che il lavoro del viticoltore possa essere rovinato dall’unica operazione che non controlla completamente”. Idem per me.

Quanto alla lentezza dell’ascesa del tappo a vite, Lalau annota – e ancora una volta lo condivido in toto – che “a volte gli intermediari si pongono troppi problemi, in ogni caso di più dei consumatori finali”. Non ho dubbi, infatti, che le resistenze siano maggiori nei buyer, negli enotecari, nei ristoratori, rispetto agli utenti.


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