L’Amarone che torna all’origine

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La storia (o la leggenda) è abbastanza nota, ossia che l’Amarone sarebbe stato in origine un Recioto – dolce – che divenne “amaro” – ossia secco – perché la fermentazione era “scappata”, non si era bloccata dunque al momento giusto, bruciando pertanto gli zuccheri. In effetti, l’Amarone dei primordi era questo, un “rosso da carne” che conservava la memoria del frutto appassito, ma non ne serbava la dolcezza, e che dunque aveva più alcol del Recioto.

Poi, dalla fine degli anni Ottanta, ci fu la progressiva esplosione sui mercati internazionali e l’Amarone tese ad ammorbidirsi in ossequio al “gusto internazionale”. Qualcuno ebbe a stigmatizzare l’assetto del vino, che si stava facendo “reciotato”. Ora è in atto una retromarcia, ché anche il “gusto” degli stranieri sta cambiando. Viene da domandarsi se sia ancora possibile produrre secondo lo stile che fece da prototipo. Ovviamente la risposta è possibilista, quando si tratti dei minori zuccheri, ma il prezzo da pagare sta nell’alcol, perché non c’è più, in sostanza, la viticoltura d’un tempo – che in Valpolicella era basata sulla pergola – ed è cambiato anche il clima, fattosi molto più caldo. Insomma, oggi arrivano in fruttaio uve ricchissime di zuccheri e quindi o mantieni residui oppure ti tocca accettare l’alcol.

Assaggiando il “nuovo” Amarone di Carlo Boscaini – una Riserva del 2012 – mi son venute da fare queste considerazioni. Perché m’è molto piaciuto lo stile di questo vino, che m’ha ricordato proprio le vecchie versioni dell’Amarone. Ma a leggere l’etichetta ho visto che il grado alcolico dichiarato era del 16,5% e poi andando a fare una verifica sul sito di Siquria, che è la società di certificazione dei vini veronesi, ho letto che addirittura i gradi sono 16,88. Detto così verrebbe quasi da pensare che sia da mettersi le mani nei capelli, ma al sorso garantisco che mai e poi mai avrei detto che c’era tutto quell’alcol, e questa è un’evidenza che depone a totale favore del lavoro fatto da Carlo in cantina e in fruttaio.

A tenere in equilibrio l’alcol è infatti una straordinaria freschezza tipicamente valpolicellese. La stessa che consente a un’altrettanto tipicissima ciliegia asprigna di farsi largo nella trama di spezie e fiori secchi. E un che – un accenno – di scorza d’arancia candita rimanda all’aroma della corvina. Poi, la traccia di boero è testimone dell’appassimento.

M’è piaciuto, dicevo, quest’Amarone “classicista”, dedicato in etichetta a “nonno Carlo e papà Ernesto” e alla loro convinzione che “alcune annate sanno essere eccellenti”. Verissimo. Ma non basta la buona annata per fare il buon vino. Serve anche il pensiero. Qui l’ho trovato.

Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2012 Carlo Boscaini
(94/100)


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1 comment

  1. carlo Rispondi

    Ciao,

    grazie per le belle parole. Questo particolare vino, vuole aprire un nuovo corso. Le nostre annate che dimostreranno di meglio rappresentarci, le imbottiglieremo come RISERVA. Volevamo presentarlo al Vinitaly!. Ci fa piacere che tu sia il veicolo per la nostra presentazione.