L’Amarone è un grande vino o un grande business?

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“L’Amarone è un grande prodotto o un grande business? È questa la discriminante. L’Amarone deve essere prima di tutto un grande prodotto, e su questo si può poi fare un grande business”. Parola di Sandro Boscaini, patron della Masi e primo presidente delle Famiglie Storiche, nel 2009, quando il team aveva il nome originario di Famiglie dell’Amarone d’Arte, una definizione che è finita persino nelle aule dei tribunali.

Dopo Boscaini, a guidare il gruppo è stata Marilisa Allegrini e poi Maria Sabrina Tedeschi, che ha da poco passato il testimone ad Alberto Zenato. A Vinitaly è stata Sabrina Tedeschi a ricordare che “l’associazione ha cambiato nome, ma non la sua essenza”, che è quella – ha affermato – dell’essere convinti “che un vino unico e importante come l’Amarone della Valpolicella possa nascere solo in una terra d’eccellenza che va comunicata e fatta apprezzare”.

Tutte cose sentite – dicevo – a Vinitaly, dove s’è svolta una verticale dell’Amarone dei soci delle Famiglie, che ora sono tredici – e in tutto commercializzano 2,3 milioni di bottiglie all’anno di Amarone, destinandone all’export circa 2 milioni – e hanno festeggiato i dieci anni di attività, che sono (ancora parole di Sabrina Tedeschi) “pochi, se pensiamo alla lunga tradizione delle nostre aziende, eppure una mèta importante per la nostra associazione”. Che resta “con la ferma convinzione di rimanere fedeli ai principi fondanti”, quelli dichiarati in un comunicato del team: “Promuovere collettivamente l’Amarone di fascia alta e premium, esaltare l’immagine top di questo vino all’apice della piramide produttiva della Valpolicella raccontandone il valore storico, enologico, territoriale ed economico, viaggiare incessantemente in Italia e nel mondo incontrando rappresentanti di istituzioni, appassionati, wine lovers, operatori di settore per fare formazione e informazione”.

Ora, in estrema sintesi, i vini proposti nella verticale, in ordine di servizio, dal più giovane al più vecchio.

Torre d’Orti, Amarone della Valpolicella 2013. Molto giovane. L’acidità citrina innerva un frutto polposo.

Tommasi, De Buris Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2008. Ancora giovane, sfoggia una complessità notevolissima.

Guerrieri Rizzardi, Calcarole Amarone della Valpolicella Classico 2006. Al naso è caleidoscopico, in bocca è velluto.

Masi, Serego Alighieri Vaio Armaron Amarone della Valpolicella Classico 2006. L’austerità e la lentezza sono nel suo dna.

Musella, Amarone della Valpolicella Riserva 2006. Frutto, tanto frutto, che s’innesta poi di tracce offinali e resinate.

Begali, Monte Ca’ Bianca Amarone della Valpolicella Classico 2005. Pacato, posato, riflessivo e poliedrico. Classicissimo.

Tenuta Sant’Antonio, Campo dei Gigli Amarone della Valpolicella 2004. Esprime l’idea di potenza e di ricchezza speziata.

Venturini, Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2001. Succosamente agrumato. Scattante, fresco e grintoso.

Allegrini, Amarone della Valpolicella Classico 2000. Insieme compatto ed elegante. La ciliegia domina a tutto tondo.

Speri, Amarone della Valpolicella Classico Vigneto Monte Sant’Urbano 2000. Offre un’idea impeccabile di austerità e di tradizione.

Brigaldara, Amarone della Valpolicella Classico 1999. La morbidezza invitante del frutto maturo è il suo tratto distintivo.

Tedeschi, Capitel Monte Olmi Amarone della Valpolicella Classico 1999. Spezie, sale, frutto macerato, tartufo, classicamente.

Zenato, Amarone della Valpolicella Classico 1993. Dal tè ai funghi essiccati, dalla ciliegia al timo. Morbidezza vellutata.


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