Aiuto, mi si sta prosecchizzando lo Champagne!

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Quando, nel 2009, venne approvata la superdoc del Prosecco, fui tra i primi ad affermare che i paradigmi del settore del vino, e soprattutto del vino con le bollicine, non sarebbero più stati gli stessi. Mi riferivo, ovviamente, all’Italia. Credo tuttavia che la realtà sia andata perfino oltre le previsioni, tant’è che il Prosecco, col suo mezzo miliardo di bottiglie, che arrivano a seicento milioni se si contano anche le due docg, sta inducendo una svolta perfino nel blasonatissimo mondo dello Champagne.

Per carità, non ho dati scientifici per dimostrarlo, ma la mia impressione è che lo Champagne, dopo aver tentato di rispondere alle pressioni commerciali del Prosecco riposizionandosi a un livello più elevato di prezzo, stia ora facendo marcia indietro e si stia – come dire – prosecchizzando.

Cito, a tal proposito, tre indizi coincidenti.

Il primo è una mia impressione. Mi pare che le cuvée più semplici dello Champagne, quelle che stanno alla base dei listini, e dunque quelle che fanno volumi e redditività sia tra le grandi maison sia tra i produttori medio-piccoli, stiano in ampia parte facendosi più morbidine. Direi che un po’ per volta, anno dopo anno, la tendenza alla morbidezza, se non proprio alla dolcezza, stia aumentando, e in questo molti Champagne si stanno dunque avvicinando progressivamente al “sapore” del Prosecco, che è generalmente piuttosto morbido.

Il secondo indizio è consistente e concreto ed è fondato su un acronimo, VSL, che sta per vignes semi larges, un’innovazione votata a larga maggioranza a fine luglio dal Syndicat des vignerons dello Champagne. Se questo cambiamento regolamentare verrà approvata dall’Inao, l’ente nazionale francese che sovrintende alle denominazioni di origine, in Champagne sarà possibile ridurre il numero di ceppi per ettari – sino ad ora fittissimo – e di conseguenza aumentare la resa per pianta, meccanizzando nel contempo ampia parte delle lavorazioni. Al di là di ogni altra cosiderazione, produrre di più per ceppo significa avere uve meno concentrate e acidità maggiori, o quanto meno conservare le acidità pre cambiamento climatico. Il che – leggerezza e acidità – avvicina ulteriormente lo Champagne al Prosecco. La meccanizzazione, poi, abbatte i costi di produzione, consentendo una miglior competizione sul prezzo con le bollicine del Nordest italiano, che sono molto meno care.

Il terzo elemento è dato dal marketing, o meglio, da quella parte del marketing che si focalizza sul packaging. Sta crescendo la proposta al mercato di packaging molto “frou frou”, molto “modaioli” intendo, per lo Champagne. Il che è antitetico rispetto all’immagine classica, prestigiosa, elitaria che normalmente si ha di questo vino. Di recente, per fare un esempio, è stata lanciata una nuova linea di Champagne caratterizzata da una tecnologia che fa sì che la bottiglia si illumini al ritmo della musica durante le serate in discoteca. Non è forse un’idea più da stile Prosecco, che non da stile Champagne?

Sì, la mia impressione è che lo Champagne abbia provato in prima battuta a difendersi dal Prosecco affermando la propria superiorità, ma che ora fatichi a reggerne ulteriormente l’urto, e dunque tenti in qualche modo di seguirne l’onda. Un’ipotesi, questa, che dieci anni fa sarebbe stata considerata fantascienza.


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