Adesso ho paura dell’ondata, quella economica

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Se sono preoccupato per questi prossimi mesi? Sì, lo sono, e non è solo per una questione legata alla ripresa dei contagi da coronavirus. Semmai, e forse soprattutto, sono preoccupato per una ragione economica. Perché temo che stiamo arrivando alla resa dei conti.

Purtroppo, è probabile che nei prossimi mesi molte imprese falliscano o quanto meno abbiano difficoltà ancora maggiori rispetto a quelle attuali. Aumenteranno dunque le sofferenze bancarie e gli utp, acronimo che sta per “unlikely to pay”, le “inadempienza improbabili” della clientela, gli affidamenti che incominciano ad avere rate in sospeso. Con le regole attuali, le banche saranno chiamate ad accantonare le somme necessarie alla copertura di questi rischi, come se tutte le aziende in crisi dovessero non essere in grado di resituire neppure un centesimo.

Siccome coprire tutti quei crediti non è oggettivamente possibile, le banche cominceranno a venderli sul mercato (e a venderli a basso prezzo, perché altrimenti nessuno li compra), mettendoli nelle mani di società finanziare che hanno l’obiettivo di massimizzare il profitto del loro investimento e non certo quello di risanare e rimettere in moto le imprese in difficoltà. Questo processo è già in atto da anni ed è probabile che subisca un’accelerazione.

Ma c’è un altro effetto, ed è quello che le banche, alle prese con gli accantonamenti che pesano sui bilanci, cominceranno a fare meno credito alle imprese. E c’è un terzo effetto, ed è che se non basterà erogare meno credito, le banche dovranno incominciare a domandare alle imprese sane di rientrare dai loro affidamenti.

Problema delle banche? Problema delle imprese? No, problema di tutti. Perché questo significa meno occupazione, significa meno economia che gira, significa alimentare la recessione, e la recessione è una brutta bestia. Insomma, significa dover tirare la cinghia un po’ di più tutti quanti.

Pensiamo al mercato del vino. Se si tira la cinghia, le prime spese a saltare sono quelle non strettamente necessarie. Il vino appartiene a questo genere di spese. Vero che durante il lockdown, e anche dopo, il vino ha continuato a vendere, ma ad andare benino è stato soprattutto quello presente in grande distribuzione. Quello che accompagna la tavola quotidiana e costa di meno, insomma. Che il vino torni ad essere valorizzato nella sua componente gastronomica è un processo che ha un suo lato positivo, ma se non ci sono più soldi, non si compra più neanche questo tipo di vino.

Sì, sono preoccupato, e spero tanto che siano preoccupazioni infondate.


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