Addio a un politico umile, Luigi Frigotto, agricoltore

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“Ciàmame Gigio”, chiamami Gigio. Era l’invito che immancabilmente ti rivolgeva, e un po’ ero dispiaciuto nel doverlo contraddire presentandolo come “l’assessore provinciale all’agricoltura Luigi Frigotto”.

Ci eravamo persi di vista da un po’, ma continuava a seguirmi sui social media, spesso commentando i miei articoli, e mi faceva molto piacere. Ci eravamo persi di vista da un po’, dicevo, e non sapevo della sua malattia. Leggere l’articolo del quotidiano veronese L’Arena che parla della sua morte, a quarantott’anni, è stato come ricevere uno schiaffo in piena faccia. Raramente l’Italia è stata fortunata coi suoi ministri dell’agricoltura, e invece la provincia di Verona ha avuto spesso eccellenti assessori del settore. Frigotto era un contadino che sapeva portare la giacca e la cravatta, quand’era necessario, ed è stato tra i migliori, assessore dal 2009 al 2014.

Ricordo la sua telefonata come se fosse adesso. “Ciao, son Gigio. Devi darmi una mano”. Si era messo in testa che in viticoltura bisognasse accelerare il processo di adozione delle varietà resistenti. Anche per abbattere gli interventi fitosanitari e garantire migliore redditività a chi lavora la terra. Una battaglia giusta, per quel poco che ho potuto la mano gliel’ho data. È merito suo se sul finire del 2014 la Regione Veneto ha ammesso la coltivazione di otto varietà piwi: bronner, cabernet carbon, cabernet cortis, helios, johanniter, prior, regent e solaris. Lui credeva soprattutto nel solaris, e l’ha anche piantato.

Del contadino veneto, Gigio aveva l’innata simpatia, l’arguzia profonda, la battuta pronta, la concretezza operosa. Lo confesso solo ora: mi dava l’idea di una versione moderna del Bertoldo di Giulio Cesare Croce, il contadino intelligente e astuto, voluto alla propria corte dal re longobardo Alboino. Lo vedevo così, Gigio, dentro ai palazzi scaligeri dell’amministrazione provinciale. Aveva dalla sua, anche, due armi capaci di abbattere i muri. La prima era che sapeva sorridere, sempre, e guardare avanti con ottimismo. La seconda era l’umiltà. Quando partecipava a un incontro, a una riunione, a un convegno, ci arrivava sapendo già bene quale fosse il cuore della questione che si discuteva, ma prima di dire la sua, comunque si confrontava, per essere d’aiuto, non per imporre la propria visione. Si metteva al servizio dell’interesse locale. Che è un po’ quello che dovrebbe fare chiunque si avventuri nel mondo della politica, e raramente avviene, invece.


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2 comments

  1. Armando Arzenton Rispondi

    Mi spiace immensamente.

  2. Claudio Rispondi

    Che tristezza…