Addio a Luciano Piona, ma le sue rivelazioni resteranno

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Ci sono persone che nascono per essere protagoniste e quando scompaiono aprono un vuoto enorme. Luciano Piona, che quest’inverno drammatico si è portato via, era una di queste persone, e infatti è stato uno dei maggiori protagonisti del mondo del vino veronese (produttivo e istituzionale) e dunque del vino italiano, considerata la dimensione che ha Verona nel contesto vinicolo nazionale. Era proprio questo uno dei temi costanti dei confronti che avevo con lui, perché condividevamo la consapevolezza della fittissima interessenza che corre, sotto il profilo delle ricadute economiche e dunque sociali, tra le diverse denominazioni della “nostra” provincia. Un tema mai sufficientemente valutato. L’altro argomento su cui discutevamo spesso erano i vini del “nostro” lago di Garda e il loro avvenire e le strade da intraprendere per il loro futuro, provando a guardare lunghi, in prospettiva. Talora ci trovavamo allineati, altre volte eravamo discordi, com’è naturale che sia. Talvolta uno dei due cambiava idea, ma poteva pure accadere che ciascuno restasse sulla sua, salvo magari ritrovarci a mesi di distanza e verificare che entrambi ci eravamo mossi dalla nostra posizione, anche di poco, finendo per incontrarci su un ragionamento che nessuno dei due aveva considerato in precedenza, e anche questo è naturale che avvenga, quando ci si confronta con l’obiettivo di costruire.

Credo che Luciano, alla Cavalchina, a Custoza, la principale delle sue quattro presenze produttive (le altre sono la Prendina a Monzambano, nel pezzo di terra mantovana che dà verso il Garda, Terre d’Orti nella Valpolicella orientale e, più recente, ‘L Lac in Lugana), abbia elaborato tre progettualità destinate a segnare la storia del territorio gardesano.

La prima, e forse meno nota, è quella del Chiaretto. Una quindicina di anni fa scrissi un articolo sul Bardolino Chiaretto per il Gambero Rosso (ero ancora molto lontano dall’occuparmene “istituzionalmente”) nel quale riportavo le sue idee in proposito. Secondo lui un buon Chiaretto doveva fondarsi su tre elementi. Uno era il colore chiaro, sintomo di una levità interpretativa che si fondava sulla pressatura delle uve e non sul salasso del mosto in vinificazione (secondo cardine) e soprattutto sulla selezione dei vigneti da destinare esclusivamente al Chiaretto (e questa è la terza colonna portante) perché si dovevano attuare scelte agronomiche diversificate rispetto a quelle delle vigne del Bardolino. Oggi questa triplice considerazione è patrimonio sostanzialmente diffuso nella denominazione.

L’innovazione più nota di Luciano è quella dell’Amedeo, il suo Custoza Superiore, che ha raccolto una montagna di premi dalla critica e dalle guide. Il Custoza, è noto, nacque proprio alla Cavalchina dall’intuizione di papà Giulietto, che incominciò a imbottigliare il bianco delle colline moreniche gardesane col nome, appunto, di Custoza, poi diventato denominazione d’origine. L’Amedeo di Luciano rappresentò il cambio di passo, quello che dimostrò come il vino leggero che aveva spopolato come aperitivo nei bar veronesi potesse nutrire ambizioni maggiori, anche in termini di longevità. Credo che i risultati siano sotto gli occhi di tutti.

Il terzo apporto lo stava maturando, seguendo un percorso che ha origine concettuale piuttosto lunga e che tuttavia ritengo fosse ancora in divenire. Riguarda un vino che in etichetta porta il nome di Casella, ed è un Bardolino vinificato nel legno tronco conico, con lunga macerazione sulle bucce. L’obiettivo era quello di trovare la quadratura del cerchio, ossia di mantenere integra la bevibilità tipica dei rossi bardolinesi, apportandovi tuttavia una maggiore dotazione di tannini. Di quest’aspetto, di questa “fragilità” tannica gardesana, avevamo conversato a lungo in passato, spesso insieme a Roberto Ferrarini, il grandissimo enologo veronese, che alla Cavalchina faceva silenziosa sperimentazione (perché a Roberto non piaceva tanto essere sotto ai riflettori, e forse questo è il motivo per cui non si è ancora veramente sottolineato il ruolo fondamentale che ha avuto nello sviluppo del comparto vinicolo della provincia). Luciano ci stava lavorando, stava tracciando una pista. Credo che occorra tenerne conto.

Non è da tutti portare tre contributi fondamentali a un territorio.

Poi c’era il Luciano privato. Quello che incontravo la mattina presto, d’estate, sui tornanti di San Zeno di Montagna, sul monte Baldo, lui in bicicletta (aveva la magrezza del ciclista rampeur, dello scalatore) e io a sbuffare a piedi per smaltire i chili messi su, e ci fermavamo, madidi di sudore, a discorrere di vino. Quello che mi confidava che se non avesse fatto vino avrebbe realizzato il desiderio di diventare maestro di sci. Se n’è andato con la neve, sulle montagne che adorava, il giorno prima dell’Epifania, un nome festivo che ha il significato di rivelazione.


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2 comments

  1. Marinella Rispondi

    Bello essenziale e coerente con la persona che era.
    Troppo spesso quando manchiamo ci disegnano come caricature di noi stessi

  2. Angelo Rossi Rispondi

    Grazie per questo bel ricordo.
    Concreto, com’era Luciano.